mercoledì 23 aprile 2025

L’Oscenità Sublime: Cronache di una Visione Erotica

L’ho rivista. L’oscenità divina. La pornografia che cammina. Anche oggi ha tagliato il mio sentiero con la nonchalance di un dio che defeca sull’universo e poi si pulisce l’ano col battito del mio cuore. Lei, la carnefice delle mie passeggiate salutiste, la rovina delle mie illusioni da omuncolo in cerca di redenzione tramite il sudore.
Sono mesi che appare, sempre uguale, sempre più terribile, sempre più perfetta. Non è una ragazza. È un castigo. Un castigo sotto forma di figa cosmica. Avrà ventiquattro anni, o ventimila. Non invecchia, non cambia. Come una statua scolpita da un pervertito immortale che voleva insegnare agli uomini cos’è la disperazione erotica.

Il suo corpo è un’arma biologica. Un richiamo alla masturbazione collettiva. È così figa che ogni volta che la vedo, il mio cazzo si ribella alla democrazia e diventa monarchia assoluta.

Cammina come se stesse scopando l’asfalto. Il culo ondeggia, provocando terremoti interni. Le tette, due globi di guerra, sferzano l’aria, insultano la gravità, sfidano il senso del decoro. Figa. Di una figaggine che offende, che umilia, che profana. Non è una donna, è un personaggio disegnato nel delirio erotico di un fumetto sword and sorcery degli anni ottanta. Un’eroina nata per calpestare il desiderio degli altri e masturbarsi sulle rovine della nostra autostima.

Sempre sola, perché nessuno è degno del suo fianco. Nessun uomo, nessuna donna, nessun dio. Solo il suo mastino gigantesco, bastardo come il peccato primordiale, nero come il cuore di un santo caduto e ringhioso come l’agonia dei dannati. Lei lo conduce senza guinzaglio come conduce il mio pensiero, senza permesso, senza freni. Capelli lunghi, onde ribelli e quasi crespi, che sputano in faccia a forbici, mode e civilizzazioni. Non è alta, ma chi ha mai osato pensare che le manchi l’altezza? Nessuno. I suoi occhi, che non guardano nessuno, dominano tutto. Il suo volto ha sempre quell’espressione disgustata, da dea che si è abbassata a camminare tra gli escrementi degli uomini. Le sue tette, sì, le sue magnifiche tette, sono sode e arroganti, due insulti all’età, due monumenti al vizio, due sfide ai moralisti. Oscillano sotto minuscoli abiti sportivi che sono il confine tra legalità e pornografia. Addome piatto, una lastra divina, sempre esposta, anche d’inverno, come un’offerta sacrificale ai raggi del sole. Fianchi scolpiti, ventre saldo, forme archetipiche: la femminilità stessa si vergogna di fronte a lei. Il culo, mio Dio, il culo. Il più bel culo del continente, duro come la condanna eterna, provocante come un altare pagano. Gambe da valchiria, capaci di frantumare ossa, e nella loro forza il richiamo alla distruzione e alla salvezza.

Ecco il miracolo che cammina in mezzo a noi nei giorni in cui gli astri si ubriacano. Un’apparizione che fa dubitare i sensi: è carne o allucinazione? È reale o solo un dio incarnato nella forma del desiderio? La sua esistenza nega la mia. Eppure, per quanto io possa esserle padre, nonno o residuo fossile, non posso impedirlo: ho tentato frasi, accenni di contatto, ma ogni volta che la incrocio la mia mente implode come un castello di vetro sotto un martello. Non ho mai sentito la sua voce e sospetto che non ne abbia. Forse comunica solo telepaticamente col cane, forse il mondo non merita il suono delle sue corde vocali. Non la immagino parlare con alcuno, nemmeno con Dio, ma solo con la bestia che la accompagna, unico essere forse degno.

Quando cammina, ogni suo muscolo canta una sinfonia di forza e armonia, la sua salute è offensiva, la sua forma una medicina. Se solo mi sputasse in faccia, se mi colpisse col ginocchio, sarei guarito da ogni male. Non è tipo da palestra, non segue tendenze, non si abbassa a imitare. Il suo corpo è frutto di corse solitarie, di fughe selvagge nei parchi o nei sentieri battuti dal suo cane nero, che a volte cede al suo passo, incapace di seguirla.

Tutti, sì, tutti l’hanno desiderata. Non come si desidera una donna. Come si desidera un sacramento profano. Nessuno immagina di possederla perché lei è il possesso stesso, è divinità incarnata e non si unisce al fango. Eppure chiunque abbia avuto la fortuna di vederla ha desiderato, almeno per un istante, di inginocchiarsi e leccarle l’ano. Di odorare quel punto oscuro e sacro che potrebbe essere, con ogni probabilità, il centro stesso dell’universo. Il suo nome? Mistero. I suoi occhi? Nessuno li ha mai visti. Chi ha osato scrutarli è stato annientato, bruciato dalla luce sovrannaturale del suo disinteresse. Forse ha tutti i segni zodiacali, o forse li ha inventati lei stessa con un battito di ciglia. Lei è la costellazione, e noi ne siamo solo i puntini smarriti.

E oggi, oggi l’ho rivista. Apparsa da una curva come un’apparizione blasfema, col suo completino sportivo fatto di meno tessuto di una mutanda usata. Le sue tette danzavano in perfetta sincronia col mio battito, e io, ancora una volta, un povero stronzo, non ho detto nulla. Nulla.
Sono rimasto muto, paralizzato dalla sua presenza, come se un dio mi avesse sfiorato il cazzo con un pensiero.
E sono tornato a casa così. Con la voglia di frustarmi il cuore per il dolore dell’impossibile.


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