domenica 27 aprile 2025

Quando la noia diventa un lusso perduto

 A mie spese ho scoperto che la medicina migliore per la noia non è "qualcosa" che vada a colmare il vuoto di quei momenti, ma "qualcos'altro" che te li faccia rimpiangere.

Stereotipi in carne e ossa: il vero tradimento dell'intelligenza

 Sento montare in me un'onda di malcelato disgusto per coloro che, con la loro stessa esistenza e condotta, paiono voler dare corpo e sostanza a quegli schemi mentali, a quelle etichette grossolane che chiamiamo stereotipi. Che sia ben inteso: non biasimo la mera enunciazione verbale di tali semplificazioni, vane parole al vento; ma coloro che, vivendo e agendo con la più placida naturalezza, finiscono per trasformare quelle vaghe opinioni in ciò che appare, ahimè, come un'oggettiva constatazione dei fatti.

D'altro canto, un sentimento di vaga simpatia si affaccia al mio spirito per chi, pur esistendo anch'egli nella medesima cornice di realtà, e pur comportandosi con quella stessa, disarmante normalità, riesce, con la sola forza del suo essere, a rendere ridicole le grette generalizzazioni altrui.

E infine, un'immensa, quieta felicità mi pervade al pensiero che l'ignoranza, questa cecità dell'anima, non sia un morbo contagioso, non si trasmetta per contatto o per effluvio, sebbene la sua guarigione appaia, nella maggior parte dei casi, un'impresa ardua, quasi disperata.

L'ignoranza si sente prima di vederla

Per la strada, ogni volta che da un' auto sento provenire musica a tutto volume, mi accorgo che è sempre una canzone di merda. Mi domando se ci sia una correlazione tra ignoranza, coglionaggine e gusti musicali del cazzo. 

mercoledì 23 aprile 2025

L’Oscenità Sublime: Cronache di una Visione Erotica

L’ho rivista. L’oscenità divina. La pornografia che cammina. Anche oggi ha tagliato il mio sentiero con la nonchalance di un dio che defeca sull’universo e poi si pulisce l’ano col battito del mio cuore. Lei, la carnefice delle mie passeggiate salutiste, la rovina delle mie illusioni da omuncolo in cerca di redenzione tramite il sudore.
Sono mesi che appare, sempre uguale, sempre più terribile, sempre più perfetta. Non è una ragazza. È un castigo. Un castigo sotto forma di figa cosmica. Avrà ventiquattro anni, o ventimila. Non invecchia, non cambia. Come una statua scolpita da un pervertito immortale che voleva insegnare agli uomini cos’è la disperazione erotica.

Il suo corpo è un’arma biologica. Un richiamo alla masturbazione collettiva. È così figa che ogni volta che la vedo, il mio cazzo si ribella alla democrazia e diventa monarchia assoluta.

Cammina come se stesse scopando l’asfalto. Il culo ondeggia, provocando terremoti interni. Le tette, due globi di guerra, sferzano l’aria, insultano la gravità, sfidano il senso del decoro. Figa. Di una figaggine che offende, che umilia, che profana. Non è una donna, è un personaggio disegnato nel delirio erotico di un fumetto sword and sorcery degli anni ottanta. Un’eroina nata per calpestare il desiderio degli altri e masturbarsi sulle rovine della nostra autostima.

Sempre sola, perché nessuno è degno del suo fianco. Nessun uomo, nessuna donna, nessun dio. Solo il suo mastino gigantesco, bastardo come il peccato primordiale, nero come il cuore di un santo caduto e ringhioso come l’agonia dei dannati. Lei lo conduce senza guinzaglio come conduce il mio pensiero, senza permesso, senza freni. Capelli lunghi, onde ribelli e quasi crespi, che sputano in faccia a forbici, mode e civilizzazioni. Non è alta, ma chi ha mai osato pensare che le manchi l’altezza? Nessuno. I suoi occhi, che non guardano nessuno, dominano tutto. Il suo volto ha sempre quell’espressione disgustata, da dea che si è abbassata a camminare tra gli escrementi degli uomini. Le sue tette, sì, le sue magnifiche tette, sono sode e arroganti, due insulti all’età, due monumenti al vizio, due sfide ai moralisti. Oscillano sotto minuscoli abiti sportivi che sono il confine tra legalità e pornografia. Addome piatto, una lastra divina, sempre esposta, anche d’inverno, come un’offerta sacrificale ai raggi del sole. Fianchi scolpiti, ventre saldo, forme archetipiche: la femminilità stessa si vergogna di fronte a lei. Il culo, mio Dio, il culo. Il più bel culo del continente, duro come la condanna eterna, provocante come un altare pagano. Gambe da valchiria, capaci di frantumare ossa, e nella loro forza il richiamo alla distruzione e alla salvezza.

Ecco il miracolo che cammina in mezzo a noi nei giorni in cui gli astri si ubriacano. Un’apparizione che fa dubitare i sensi: è carne o allucinazione? È reale o solo un dio incarnato nella forma del desiderio? La sua esistenza nega la mia. Eppure, per quanto io possa esserle padre, nonno o residuo fossile, non posso impedirlo: ho tentato frasi, accenni di contatto, ma ogni volta che la incrocio la mia mente implode come un castello di vetro sotto un martello. Non ho mai sentito la sua voce e sospetto che non ne abbia. Forse comunica solo telepaticamente col cane, forse il mondo non merita il suono delle sue corde vocali. Non la immagino parlare con alcuno, nemmeno con Dio, ma solo con la bestia che la accompagna, unico essere forse degno.

Quando cammina, ogni suo muscolo canta una sinfonia di forza e armonia, la sua salute è offensiva, la sua forma una medicina. Se solo mi sputasse in faccia, se mi colpisse col ginocchio, sarei guarito da ogni male. Non è tipo da palestra, non segue tendenze, non si abbassa a imitare. Il suo corpo è frutto di corse solitarie, di fughe selvagge nei parchi o nei sentieri battuti dal suo cane nero, che a volte cede al suo passo, incapace di seguirla.

Tutti, sì, tutti l’hanno desiderata. Non come si desidera una donna. Come si desidera un sacramento profano. Nessuno immagina di possederla perché lei è il possesso stesso, è divinità incarnata e non si unisce al fango. Eppure chiunque abbia avuto la fortuna di vederla ha desiderato, almeno per un istante, di inginocchiarsi e leccarle l’ano. Di odorare quel punto oscuro e sacro che potrebbe essere, con ogni probabilità, il centro stesso dell’universo. Il suo nome? Mistero. I suoi occhi? Nessuno li ha mai visti. Chi ha osato scrutarli è stato annientato, bruciato dalla luce sovrannaturale del suo disinteresse. Forse ha tutti i segni zodiacali, o forse li ha inventati lei stessa con un battito di ciglia. Lei è la costellazione, e noi ne siamo solo i puntini smarriti.

E oggi, oggi l’ho rivista. Apparsa da una curva come un’apparizione blasfema, col suo completino sportivo fatto di meno tessuto di una mutanda usata. Le sue tette danzavano in perfetta sincronia col mio battito, e io, ancora una volta, un povero stronzo, non ho detto nulla. Nulla.
Sono rimasto muto, paralizzato dalla sua presenza, come se un dio mi avesse sfiorato il cazzo con un pensiero.
E sono tornato a casa così. Con la voglia di frustarmi il cuore per il dolore dell’impossibile.


domenica 20 aprile 2025

L'Inseguimento della Felicità: Un Gioco di Specchi Sociali

 La felicità per l’uomo comune è un riflesso. Non nasce in lui, ma gli viene restituita dagli altri come un’eco deformata di ciò che ha desiderato non per sé, ma perché lo vide altrove. È nell’ottenere ciò che un tempo invidiò che crede di trovarla. E una volta ottenuto, quel bene, oggetto o condizione, non vale più per ciò che è, ma per ciò che può suscitare negli occhi altrui. La necessità, allora, si fa duplice: possedere e poi esibire, affinché la stessa invidia che lo spinse possa ora, negli altri, riflettersi su di lui.

Tutto ciò non è che una recita triste. Una danza cieca attorno a fuochi finti. Ma è propria di chi non basta a se stesso. Di chi ha bisogno di un altro sguardo per esistere, come se senza testimoni la propria vita perdesse consistenza. L’illusione che chiama felicità non è che una forma sottile e meschina di vanità, nutrita dall’invidia passata e proiettata nell’invidia futura. Non vi è nulla di interiore in questo meccanismo, se non il vuoto che lo muove.

Vivere Nel Marcio Senza Accorgersene

 Se vivi nello schifo senza provare schifo, o sei perfetto oppure sei parte dello schifo.

L’unica Presenza che Non Mi Lascia Mai

 Sin da bambino ho intuito che la mia compagna più fedele sarebbe stata la Solitudine. Abbiamo discusso molte volte, ci siamo detti addii silenziosi in giorni che sembravano pieni di altri, ma alla fine è sempre lei a tornare, la sola che davvero si preoccupa di non lasciarmi solo.

Scusatemi se Vi ho Immaginato Così Male

 A volte, e forse più spesso di quanto osi ammettere, mi pare che le persone non esistano fuori di me, che siano fantasmi che la mia mente stanca disegna con pazienza e crudele precisione. Immagini che creo, non per desiderio ma per un bisogno cieco di popolare il vuoto. E siccome non sono migliore del mondo che mi abita dentro, le disegno complicate, infelici, piene di ombre. Quando io non ci sarò più, nulla avrà più luogo, perché nulla avrà mai avuto davvero luogo. Per il momento scusatemi se vi ho creato ad immagine e somiglianza della merda. E' che ho una creatività malata.

Nessuno può ricordarmi

 A volte mi attraversa il pensiero che nessuno mi ricorderà. Nessuno parlerà di me come io parlerei, con tenera lucidità, di un altro che fosse simile a me, con la stessa segreta compostezza interiore, con la stessa distanza dal mondo. E so, con la stessa chiarezza, che neppure io saprò ricordare gli altri come essi avrebbero voluto o meritato. Il mio sguardo interiore non sa posarsi a lungo su ciò che gli è estraneo. Forse nemmeno il mio stesso ricordo potrà sopravvivere alla mia dimenticanza.

Altre volte, mentre cammino assorto lungo i margini della città, penso che potrei scrivermi da solo l’elogio funebre. Nessuno lo farebbe con maggiore precisione, nessuno saprebbe cogliere le sfumature impercettibili della mia esistenza. Poi mi chiedo a cosa servirebbe. E rimango in silenzio, fissando un punto impreciso nell’aria, come se laggiù, su una di quelle colline che sembrano esistere solo per essere sfiorate dal mio pensiero, ci fosse una risposta che non arriva mai. Altri pensieri, più lievi e più fecondi, si insinuano e mi distraggono da me stesso.

Nessuno può ricordarmi veramente. Solo io posso intravedere l’essenza di ciò che sono, e nemmeno io riesco a trattenerla. Sono fatto di ciò che non si lascia riprodurre. Sono un insieme di impressioni che svaniscono nel momento stesso in cui si formano.

La Stanchezza di Tutte le Vite che Non Ho Vissuto

 Non sento alcun rimpianto per come vivo, né per ciò che sono. È come se avessi già attraversato ogni vita possibile. Sento, come un’eco che non ho udito ma che ricordo, di essermi sposato, di aver avuto figli, di essere stato abbandonato e di aver abbandonato. Sento d’aver lavorato fino a spegnermi nella routine, d’aver mendicato in angoli oscuri della città, d’aver accumulato ricchezze inutili, d’averle perse o rubate. Come se avessi già amato ed essere stato amato, odiato e disprezzato, come se avessi ucciso per errore o per impulso e poi chiesto perdono. Ho la sensazione quieta, eppure insistente, d’aver creduto in ogni dio e in nessuno, d’aver cercato il sollievo nelle droghe, nella carne, nella preghiera, nel nulla.

Tutte queste vite, che non ho vissuto, mi si sono accumulate addosso come polvere su una vecchia scrivania. E adesso, se desidero essere qualcosa d’altro o fare qualcosa di nuovo, non è per desiderio. È solo per cambiare la forma della stanchezza. Per sentire, almeno una volta, una stanchezza diversa.

L’Opera e l’Uomo: Il Coraggio di Esistere Senza Testimoni

 Nel gustarmi un’opera creativa che mi colpisce, mi accorgo che sapere se il suo autore, nel periodo in cui la compose, fosse famoso oppure no, cambia profondamente la percezione che ho di lui. Non posso sapere se quella fama, presente o assente, abbia influito sulla qualità dell’opera che ammiro. Non posso saperlo perché le variabili che vi si intrecciano sono molteplici e agiscono in direzioni opposte. E nemmeno mi interessa saperlo, perché non sto parlando dell’opera in sé, ma di chi l’ha creata.

Quando penso a certe creazioni, alla loro originalità o alla qualità che vi si esprime, e considero che furono realizzate da persone che non avevano alcuna certezza, né aspettativa, di ottenerne gloria, cresce in me un sentimento profondo di stima verso quelle persone. Creare da famosi, indipendentemente dal risultato, non possiede la stessa energia primordiale, né la stessa libertà, né lo stesso coraggio, né quell’intensità emotiva che si manifesta in chi crea come sconosciuto, come nessuno, come individuo privo di etichette.

Creare senza l’obiettivo della fama, o del suo mantenimento, significa creare per sé. Significa abitare la propria interiorità senza testimoni. In questo senso, quanto dovrei stimare qualcuno come Fernando Pessoa, le cui opere, in gran parte, videro la luce solo dopo la sua morte? Il suo genio si manifestava da sconosciuto, per nessuno. Anzi, per essere precisi, si manifestava da solo, per sé soltanto.

Che differenza abissale c’è tra la sensibilità di un creatore famoso, mentre affronta l’ennesima opera, e quella di chi resta invisibile al mondo intero? Più un’opera mi appare interessante e unica, più mi domando quanto doveva essere interessante la persona che l’ha concepita, se quell’individuo non possedeva alcuna identità sociale quando decise di dare forma alla propria capacità soltanto per il desiderio di esprimerla.

Prendete Stephen King. Lo so, l’esempio sfigura accanto al precedente, ma perdonatemi. Il King famoso non riceve da me lo stesso rispetto che provo per lo Stephen King sconosciuto, quello che scrisse Carrie quando era alla canna del gas. Non sto parlando della qualità dell’opera. Ha scritto in seguito romanzi di gran lunga migliori. Parlo del gesto creativo. Di quel momento in cui era solo con sé stesso e con la storia che voleva raccontare. Oggi potrebbe anche sputare su un foglio bianco e troverebbe comunque un editore disposto a pubblicarlo. Il libro venderebbe. Ma non si ripeterebbe la stessa magia che accompagnò la genesi della sua prima opera.

Quanti libri avrebbe scritto, se la fama non lo avesse mai raggiunto? Io stimo chi li avrebbe scritti comunque.

Questo momento è tutto: il resto è letteratura

 Se dovessi immaginare una realtà diversa in cui il paradiso esiste davvero, lo concepirei come qualcosa di personale. In tal caso, il mio paradiso coinciderebbe esattamente con ciò che sto vivendo adesso. Questo preciso momento. Questo stato d’animo vago e sereno. Questo stesso luogo in cui mi trovo, seduto da solo in un parco vuoto, con un libro in mano. Un libro scritto da qualcuno capace di pensare in modo affine al mio, ma con una chiarezza e un'eleganza che io non saprei mai raggiungere. In questo modo, mi risparmierebbe anche la fatica di trasformare in parole ciò che in me resta sospeso e informe.


Questo paradiso, però, proprio perché sarebbe il premio più alto ottenibile nella mia esistenza, non lo merito. Né io, né nessun altro. Gli esseri viventi ricevono sempre più di quanto valgano e io non ho mai avuto il vizio della generosità. La realtà in cui vivo, che non somiglia affatto a quella che potrei sognare, contiene tuttavia in un modo quasi ironico qualcosa che si avvicina a ciò che definirei paradiso. Non porta quel nome ma mi offre le stesse sensazioni che sarebbero precluse se tutto dipendesse dal mio giudizio, dal mio merito o dal potere che per fortuna non ho.

Questo qualcosa è l’adesso. È l’ora. È il qui.

L’unica vera differenza tra il paradiso immaginato e quello reale, tra ciò che sogno e ciò che vivo, è che in quello reale ci sono insetti che mi rompono i coglioni.

domenica 6 aprile 2025

La Crudeltà della Chiarezza Post-Coitale

Incredibile la rapidità con cui mutano i pensieri subito dopo l’eiaculazione. È un passaggio brusco, senza preavviso, come se un sipario calasse all’improvviso su una scena ormai inutile. E penso, a volte, che se si potesse conservare quella chiarezza asciutta, quasi crudele, che si manifesta nei secondi immediatamente successivi, si sarebbe simili a un dio. Non per onnipotenza, ma per distacco. Per la limpida consapevolezza del nulla.

sabato 5 aprile 2025

Il malessere originario: l'esistenza

Pur sostenendo, più per abitudine che per convinzione, che una vita serena sia fondamentalmente priva di rimpianti, mi accade, ultimamente, di invidiare, o forse soltanto di credere di invidiare, coloro che i rimpianti li possiedono. Tutto dipende dalla stanchezza che grava, in quel preciso momento, sulla mia mente, poiché le problematiche sembrano nascere sempre da lì, da quel fragile equilibrio interiore.

L’invidia che provo nasce da un pensiero vago, quasi automatico: chi ha dei rimpianti conserva almeno l’illusione che, se avesse detto o fatto diversamente, la sua vita avrebbe potuto prendere una piega migliore. Vive nel tormento delle proprie scelte, è vero, ma può aggrapparsi all’idea di un’alternativa mancata, di una strada che avrebbe potuto offrirgli sollievo.

Io, invece, che non ho rimpianti, e che non provo alcun attaccamento né per la mia esistenza né per il concetto stesso di esistenza, non posso nemmeno illudermi che, cambiando qualcosa, la mia vita sarebbe diventata più lieve. La sensazione che mi accompagna, e che mi definisce, è quella di un malessere che non deriva da ciò che è stato fatto o non fatto, ma dalla struttura stessa dell’essere. Anzi, permane in me la convinzione che, avendo fatto scelte diverse, avrei solo aggiunto nuove forme di peso a quelle già presenti.

martedì 1 aprile 2025

Compatibilità sociale: l’ostacolo invisibile alle relazioni

 Un giorno, seduto su una panchina del parco, leggevo un libro. Il sole si rifletteva sulle pagine e il fruscio delle foglie accompagnava il mio sforzo di concentrarmi. Ma, per quanto lo desiderassi, non potei impedire alle voci di due uomini, seduti su un’altra panchina non abbastanza lontana, di invadere il mio spazio interiore. Parlavano a voce alta, senza alcuna discrezione, come se il mondo intero dovesse farsi carico del peso delle loro parole.

Ascoltandoli, mi si fece ancora più chiara una verità che, seppur evidente, di rado osiamo guardare in faccia: la società moderna, per quanto voglia apparire fluida e democratica, resta rigidamente segmentata in classi sociali. Non più sancite da nomi di famiglia o da privilegi dichiarati, ma suddivise con un’accuratezza ancora più spietata dalla sola misura che conta: il denaro.

Non serve un grande sforzo per collocare le persone nella loro giusta suddivisione: basta ascoltarle parlare. Gli argomenti che trattano, il tono della loro voce, la sicurezza o l’incertezza con cui articolano le parole, tutto rivela il posto che occupano nel grande schema delle cose. La classe d’appartenenza plasma gli hobby, o la loro assenza, il modo di percepire l’esistenza, la gestione del tempo, l’idea stessa di futuro. Si insinua nel linguaggio, rendendolo umile o arrogante, rassegnato o pretenzioso. Modella gli atteggiamenti, il rapporto con gli altri, la capacità o l’incapacità di sognare.

Fino a qui, nulla di nuovo. Ma a un certo punto mi si fece chiaro un pensiero: la compatibilità tra le persone.

Per molto tempo ho creduto, con una certa ingenuità, che un modo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza potesse essere quello di favorire relazioni tra individui di classi sociali diverse. Ma questa idea si sgretola non per la smania di prestigio o di denaro dei più facoltosi, o, più in generale, di chiunque, ma per un motivo ancora più semplice e definitivo: la compatibilità tra le persone è determinata dalla classe sociale di appartenenza.

Le persone, per capirsi e convivere in armonia, devono essere compatibili. E il primo fattore di compatibilità non è il carattere, la cultura o gli interessi comuni, ma la classe sociale che, in un certo modo, racchiude tutti gli altri aspetti. È questa a stabilire il modo di pensare, le aspirazioni, la percezione dell’esistenza, la gestione del tempo e del futuro. È questa a rendere naturale o innaturale la convivenza, la comunicazione, la condivisione. Solo dopo, se mai, entrano in gioco altre variabili.

Le rare eccezioni si verificano quasi sempre per opportunismo: c’è chi si adatta temporaneamente a una realtà che non gli appartiene, ma solo per ottenere qualcosa. Tuttavia, anche in questi casi, la maschera non può durare a lungo. Prima o poi la vera natura delle cose si impone, perché la compatibilità non è un capriccio, ma una necessità che supera persino la fame di prestigio e potere.

Quindi ho capito il mio errore di pensiero: le persone non restano separate solo per convenzioni o privilegi, ma per una necessità più profonda. La solidità e la serenità delle relazioni dipendono da una compatibilità di base che, anziché avvicinare, finisce per tracciare confini sempre più netti tra gruppi distinti. E così la società, pur senza barriere visibili, continua a essere divisa, non per imposizione, ma per la natura stessa delle cose.


Solitudine: assenza reale o inganno mentale?

 La solitudine è una questione della mente, come la scelta dei colori per un pittore o la disposizione delle parole per uno scrittore. Non è un dolore fisico, non è un dente che duole, una schiena che si lamenta o uno stomaco che chiede cibo. È un’assenza che si avverte senza poterla toccare, un vuoto che si riempie di sé stesso. Per chi la trova sgradevole, bastano un’attività su cui concentrarsi, un problema da risolvere, una tecnica di meditazione, e la solitudine si dissolve come nebbia al sole. Questo dimostra che il problema è mentale e, come tale, la sua soluzione risiede nella mente. Ogni tentativo di scacciarla con rimedi fisici è un inganno: una distrazione che non estirpa, ma sospende, come un sogno dal quale, prima o poi, ci si risveglia.

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