mercoledì 24 settembre 2025

Gli scacchi non sono la vita: sono il suo contrario

 L’antico gioco degli scacchi viene spesso evocato come simbolo della vita. Si dice che le sue mosse rappresentino il nostro avanzare incerto nel mondo, che i suoi pezzi siano figure di noi stessi, che la sua logica implacabile riproduca l’ordine segreto dell’esistenza. Ma a pensarci bene, almeno dal mio punto di vista, tutto questo è falso. Gli scacchi, con la loro perfezione silenziosa, sono forse il contrario della vita.

Nel gioco degli scacchi non esiste il caso. Tutto accade per conseguenza. Non c’è mai un evento che irrompe senza motivo, non c’è un imprevisto che scompagina le regole. Quando due persone giocano, nella quasi totalità dei casi vince chi è più abile e perde chi lo è meno. È un’equazione semplice e spietata: perderai contro chi è più bravo e vincerai contro chi lo è meno. Non c’è scampo, né miracolo.

La vita, invece, è costruita sul contrario di questo ordine. Dentro l’esistenza c’è un elemento che nessuna abilità può dominare e nessuna intelligenza può prevedere: il caso, la fortuna, la sfortuna, quella sostanza invisibile che attraversa ogni cosa e la trasforma. Nessuno, se è onesto con se stesso, può dire di aver ottenuto tutto solo grazie alle proprie capacità. Sempre, nel fondo di ogni successo o di ogni rovina, si nasconde una circostanza, un evento imprevisto, un dettaglio irriducibile alla volontà. Due gemelli identici possono vivere allo stesso modo fino a un certo punto, poi uno di loro ha un incidente e l’altro no, e da quel momento le loro vite divergono per sempre. Non c’entrano la determinazione o l’intelligenza. C’entrano, ma come piccole correnti in un mare più vasto. Il mare vero è quell’elemento incalcolabile che chiamiamo fortuna.

Negli altri giochi, come nella vita, la fortuna esiste e la sua presenza permette anche al più inesperto di sperare in una vittoria. Negli scacchi no. Gli scacchi non lasciano spazio all’illusione. Sono un gioco crudele proprio perché rivelano la verità di se stessi senza alcuna pietà. Ho pensato a tutto questo ieri sera, prima di dormire, dopo aver perso sei partite di fila. Mi ha ferito, perché era la prova concreta che, nonostante i libri letti e i corsi seguiti, la mia abilità resta insufficiente. Posso vincere solo contro chi è meno bravo di me e perdere contro chi lo è di più. Anche se migliorassi, la proporzione non cambierebbe. Continuerei a perdere contro chi è ancora più forte.

Eppure, proprio da quella piccola umiliazione è nata questa riflessione. È curioso pensarlo: una sconfitta, che avrei potuto considerare sfortuna, è diventata la condizione di un pensiero. Se avessi vinto, sarei andato a dormire compiaciuto, vuoto di domande, pieno solo del mio piccolo orgoglio. Invece, perdendo, ho pensato. E pensando ho scritto.

Per questo oggi credo che gli scacchi non rappresentino affatto l’esistenza. Sono forse il suo contrario: ordine invece di caos, necessità invece di caso, abilità invece di destino. Eppure, proprio in questo loro essere diversi dalla vita, ci dicono qualcosa di essa. Ci ricordano che l’esistenza non è mai logica, che non segue regole, che non risponde alla nostra volontà. È un insieme disordinato di mosse che non abbiamo scelto. E noi, come pezzi su una scacchiera invisibile, fingiamo di decidere, mentre accade sempre qualcos’altro.

lunedì 1 settembre 2025

La presenza mentale che genera ricordi preziosi

 Ho un tesoro che non scambierei con nulla ed è uno scrigno segreto fatto dei miei ricordi più luminosi. Sono attimi che ho vissuto con presenza e che si sono impressi nel cuore come segni indelebili. Essi mi danno sollievo, mi istruiscono silenziosamente e si ripresentano come un ritmo che bilancia il mio umore.

Mi insegnano l’impermanenza, perché appartengono a momenti favorevoli alternati ad altri ostili. Ogni cosa nasce e si spegne, ha una causa e una conseguenza. Nulla dura per sempre, nemmeno la sventura.

Mi insegnano l’inutilità del confronto. La vita di ognuno procede con un ordine che non può essere paragonato a quello altrui. I momenti degli altri non hanno senso se messi accanto ai nostri, perché anche noi abbiamo gioito e sofferto e torneremo a farlo nell’alternanza che l’universo stabilisce con le sue leggi silenziose. Sapere questo genera tolleranza e compassione, poiché gli altri non sono che compagni nella stessa altalena di gioie e afflizioni.

Mi insegnano che la presenza mentale è l’unico modo autentico di vivere. Non c’è contraddizione tra vivere nel presente e custodire i ricordi. Essi esistono proprio perché, quando li ho vissuti, ero consapevole di trovarmi in quell’attimo e l’ho abitato senza distrazioni. Dimorare nel passato conduce alla malinconia e proiettarsi nel futuro apre la porta all’ansia. Ma attingere a un ricordo bello non è restare imprigionati nel passato, è riconoscere che un istante fu vissuto con pienezza e che rimane vivo nella memoria. Non desidero riviverlo, perché lo possiedo già.

Mi insegnano che questi tesori non si possono costruire con un progetto. Accadono e basta. A volte persino dentro un periodo oscuro si accende un attimo luminoso che interrompe il buio e resta nella memoria come un lampo. Si può programmare un viaggio e non ottenere nulla di memorabile, mentre una semplice passeggiata può diventare un’esperienza incisa per sempre nell’anima, senza motivo apparente.

Alla fine, tutto questo mi mostra che la presenza mentale non esclude il ricordo, lo rende possibile. Rivivere un momento felice con coscienza non mi distrae dal presente, mi ricorda invece che la vita non è mai stabile e che la compassione nasce dal riconoscere questo fluire. Il vero tesoro non è nel pianificare esperienze, ma nel viverle con lucidità, lasciando che diventino ricordi che ci sostengono quando la vita si fa più scura.


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