venerdì 28 marzo 2025

Ti amo, ma solo finché non inizia la digestione

Secondo me, la cosa che più assomiglia all' Amore è un bel bicchiere di latte freddo e menta in una afosa giornata estiva: Una goduria mentre lo si beve e poi corsa in bagno ad omaggiare il cesso con una diarrea a spruzzo, perché siamo intolleranti al lattosio e ci siamo illusi che non fosse vero.

I miei social preferiti

I miei Social preferiti sono: Lo specchio del bagno e lo specchio dell'ascensore.

Il tempo ha deciso per me

Una cosa certa è che non potrò più morire giovane.

sabato 22 marzo 2025

Se ogni persona è un universo, perché ci ostiniamo a essere uguali?

 Ogni persona è un universo a sé, retto da leggi uniche, dove ciò che vale altrove può non avere significato. Eppure, molti ignorano questa unicità, conformandosi agli altri e standardizzando persino la propria idea di felicità. Ma le emozioni autentiche non si possono simulare, e la ricerca di una felicità omologata lascia sempre un retrogusto amaro di insoddisfazione.

La mente umana, limitata, semplifica la realtà in dicotomie: bello/brutto, giusto/sbagliato, utile/dannoso, positivo/negativo, virtù/vizio. Nella realtà, queste distinzioni non esistono; siamo noi a imporle. Perciò, quando sogniamo o desideriamo, immaginiamo scenari bidimensionali, focalizzandoci solo sugli aspetti positivi (o negativi), ignorando la complessità e le contraddizioni della vita.

Quando guardiamo gli altri, spesso li invidiamo, concentrandoci su ciò che possiedono e noi no, senza considerare ciò che noi abbiamo e loro no. Pessoa lo aveva compreso bene, sottolineando l'importanza della disillusione per apprezzare appieno le illusioni.

La solitudine è neutra: sei tu a darle forma

La solitudine come singolo ingrediente è inerte. Se la mescoli con la creatività, ti rinvigorisce. Se la mescoli con la noia, ti distrugge.

Lettori e non lettori: due mondi che non si incontrano

Quando incontro una persona nuova, una delle prime cose che chiedo è se legge. Lo faccio in modo informale, come per avviare una conversazione, ma con l'esperienza ho imparato che la risposta rivela molto. L'abitudine alla lettura, sia essa frequente o sporadica, influisce profondamente su molteplici aspetti della personalità.

Chi fatica a trovare il tempo per leggere, a meno che non si tratti di una scusa, spesso trascura se stesso. È importante chiarire: leggere molto non garantisce automaticamente delle qualità. La lettura, di per sé, è un'attività passiva: l'autore crea, il lettore assimila. Il beneficio nasce dalla scelta dei libri e dalla capacità di riflettere sugli spunti che offrono. È in quel momento che il lettore diventa attivo, trasformando le parole in pensieri propri.

Al contrario, la mancanza di lettura limita significativamente le opportunità di crescita personale e la profondità delle proprie riflessioni. Parlando con chi legge poco o nulla, si ha spesso l'impressione di dialogare con una persona intercambiabile, che ripete pensieri altrui anziché elaborarne di propri.

L’Emozione del Nuovo e del Perduto: Il Fascino del Mutamento

Le sensazioni, sia quella di un nuovo interesse per qualcosa, che il raggiungimento del pieno disinteresse per ciò che un tempo era per me interessante, mi generano entrambe un' emozione piacevole.

La vita, la morte e il sublime disinteresse

Ci sono momenti, a volte anche periodi, che raggiungo un livello di "distacco" incredibile da tutto (una specie di "chi se ne frega cosmico"). Mi piacerebbe tanto se, nel giorno del mio "schiattamento", possa ricorrere a quella speciale e fantastica condizione mentale.

Il tempo trasforma la nostra percezione della realtà

Bisogna sempre ricordare che quell' evento che ci sembra in un primo momento tanto fortunato o sfortunato, necessita del giusto tempo per rivelarsi per quello che è. A volte cambia alla nostra percezione più volte e continua a mutare anche a distanza di anni o decenni.

Il desiderio di scomparire nel sonno

La tristezza mi mette sonno.

mercoledì 19 marzo 2025

Quando la conquista diventa prigionia: il lato oscuro del desiderio

 Non sempre ciò che desideriamo coincide con ciò che ci è benefico, e nelle relazioni sentimentali questa discrepanza è quasi una regola.

Tolti dal discorso gli opportunisti, che si muovono per fini estranei all’affetto, gli altri sono di solito attratti o da chi è loro simile, in cui ritrovano il riflesso di sé, o da chi possiede qualità che non hanno, o che in loro esistono solo in forma attenuata e vorrebbero più vive, più luminose. Ma se la compatibilità è un’illusione, se non si radica nell’armonia autentica tra le nature, il legame è destinato a disfarsi presto, o a sopravvivere come un cadavere trascinato nel tempo.

È un pensiero semplice, eppure pochi lo comprendono. Si consuma una quantità inaudita di energia per “conquistare” qualcuno, magari più bello, più intelligente, più sensibile, più “qualcosa”, e, una volta ottenuto, si continua a bruciare energia per trattenerlo. Ma un legame tra persone compatibili non consuma: rigenera. La compatibilità non è uguaglianza, ma un incastro, un equilibrio che deve esistere per entrambi. Far innamorare qualcuno con insistenza, se manca quell’incastro, non garantirà nulla: la struttura cederà al primo vento.

Osservo spesso matrimoni scomposti, dove uno è infinitamente più bello dell’altro, ad esempio. L’ammirazione iniziale diventa ossessione, la conquista si trasforma in prigionia, il trofeo brilla ma non scalda. Lo stesso accade con l’attrazione per la sensibilità: chi non la possiede tenta di appropriarsene attraverso l’altro, ma la finzione ha una durata breve, e la maschera, inevitabilmente, cade.

Ottenere a ogni costo ciò che si desidera è raramente ciò che ci fa bene.

martedì 18 marzo 2025

L'angoscia di esistere supera il timore di sparire

Non so se è per colpa dell' epoca in cui vivo o per qualche altra caratteristica solo mia, ma sono sofferente per l' esistere e non per quando andrò via.

L’imbarazzo imposto: quando gli altri sbagliano e noi ci sentiamo in colpa

 Ancora oggi mi sorprendo a provare un fastidio sordo, una sorta di disagio riflesso, quando mi trovo a dover sentire imbarazzo per colpe non mie, per atti di altri su altri, come se il semplice legame che mi unisce a certi individui bastasse a coinvolgermi nel loro impaccio. È un'inquietudine sottile, un'ombra che mi sfiora senza mai appartenermi davvero, eppure mi pesa. 

Non dipende da me, né da ciò che ho detto o fatto, ma dall’inadeguatezza altrui, da gesti e parole che si consumano fuori dal mio controllo, eppure mi toccano. Succede soprattutto con i parenti, come se la vicinanza di sangue fosse una colpa o una condanna a sentire ciò che non mi appartiene.

Accettare l’impermanenza: un atto di consapevolezza

Di una cosa sono certo dell' Universo e dell' esistenza: Tutto è impermanente.
Mai più di questo avrò esperienza diretta e costante.
Nella totalità delle cose impermanenti, c'è senza dubbio il mio stato d' animo.

La bellezza esiste solo grazie al suo opposto

Ciò che è brutto serve a ricordarci quanto sia bello il bello.

Amare senza perdersi: perché prima vieni tu

Proteggete prima voi stessi e poi gli altri.
Seguendo questo ordine di azione non vi pentirete mai.

martedì 11 marzo 2025

Perché il desiderio non porta mai alla felicità

È possibilissimo non avere nulla di ciò che si desidera, ma è impossibile avere tutto ciò che si desidera. Il più delle volte si desiderano cose che sono in contrasto tra loro e, se sei fortunato e di queste ne hai in mente solo due, o l'una o l'altra, scegli!! Tanto rimarrai insoddisfatto ugualmente e a prescindere.

Il Privilegio di Ricordare Senza Soffrire

Sono fortunate quelle persone che possono ricordare il proprio passato, non solo senza soffrirne, ma traendone piacere:
Se l' evento ricordato si riferisce ad un momento felice, sono compiaciute di averlo vissuto e godono di quella sensazione; Se l' evento ricordato si riferisce ad un fatto spiacevole, sono contente di non essere più in quel momento.

Queste persone amano se stesse e non hanno rimpianti neanche se hanno commesso scelte disastrose, perché hanno imparato ad osservare queste scelte come incidenti di percorso necessari per essere ciò che si è. Amando ciò che si è, non ci si rammarica per la strada seguita per essere quel qualcosa.

Essere sensibili è un atto di autodistruzione?

La mia sensibilità mi fa provare pietà per molti, rendendo lunghissima la lista di coloro che vi fanno parte, me compreso e, ancora più pena, la provo per tutti gli esseri viventi, non umani, costretti ad avere a che fare con noi che siamo la principale causa dei loro mali.

Sono due forme di pietà diverse e, costretto a scegliere quella che mi rende meno amareggiato tra le due, ne estrapolo una terza e scelgo quella rivolta solo verso me stesso.

La solitudine è l’unico vero spauracchio?

C'è chi ha più paura della morte e chi ha più paura della solitudine, ma coloro che temono la Solitudine sono molti di più e tra loro c'è persino la Morte.

Il grande inganno della somiglianza

L' unica cosa che mi piace degli esseri umani è che, nonostante facciano di tutto per rassomigliarsi tra loro, sono tutti singolarmente degli universi ben distinti. Un romanziere capace (non umano) sarebbe in grado di raccontare le loro specifiche storie per generare qualcosa sempre unico e interessante.

Già basterebbe la nostra specifica percezione della realtà per renderci totalmente diversi gli uni dagli altri.

Ecco, questa è l' unica cosa che mi affascina veramente dell' esistenza: Il mio romanzo è, nonostante tutto, un altro romanzo.

L’indipendenza interiore: la vera sfida della libertà

È impossibile, e forse privo di senso, pretendere che gli altri non formulino pensieri su di noi, sulle nostre vite o su ciò che di noi percepiscono. L’osservazione e il giudizio sono processi intrinseci all’essere umano, inevitabili come il respirare o il ricordare. Ogni pensiero che formulano è costruito con i frammenti di coscienza che possiedono, limitati nella quantità e nella qualità, e unici per ciascuno.

Ma se è inevitabile che gli altri pensino, è altrettanto necessario, per noi, imparare a non lasciarci influenzare dai loro giudizi. La mente deve essere addestrata a vivere libera, come una finestra aperta che non trattiene il vento. Riconoscere il diritto altrui di pensare non implica il dovere di lasciare che quei pensieri ci appartengano. Siamo, o dovremmo essere, padroni del nostro spirito, anche quando il mondo ci riflette immagini di noi stessi che non riconosciamo.

Essere sé stessi, nonostante lo sguardo altrui: forse è questa la più ardua forma di libertà. E la più necessaria.

sabato 8 marzo 2025

La condizione ideale? Non essere mai stati

Chi esiste desidera la pace dell’assenza di problemi, la quiete della non-sofferenza. Ma quella pace, così agognata, appartiene solo alla non-esistenza. È questa la beffa dell’essere: ciò che vorremmo non è compatibile con il nostro stato, e ciò che lo è, non possiamo desiderarlo davvero.

Chi cessa di esistere, certo, non soffre più. Ma non può nemmeno assaporare la consolazione della mancanza di dolore. La non-esistenza è perfetta, ma la sua perfezione è priva di testimoni. È come una melodia che nessuno ascolta, o un quadro in una stanza buia: la bellezza c’è, ma senza occhi né orecchie per accoglierla.

Forse, dunque, la condizione ideale non è smettere di esistere, ma non essere mai esistiti. Non lasciare alcuna traccia, né sul mondo né sulla memoria degli altri, come una pietra che non è mai stata lanciata nello stagno. Ma noi esistiamo, e questa è la condanna. Siamo consapevoli della sofferenza, e al tempo stesso consapevoli che l’assenza di sofferenza, quella vera, è irraggiungibile.

Esistere è desiderare ciò che solo il non essere può dare, ed essere condannati a non poterlo mai possedere.

Vivere sapendo che nulla ha senso

Qualsiasi cosa, in verità, non serve a niente. Guardata da lontano, nel vasto orizzonte dell’esistenza, ogni azione, ogni scopo, perde consistenza e significato. Non c’è utilità nel vivere, così come non ce n’è nel morire. Niente serve a niente.

Il mondo sembra costruito su un sistema di utilità intermedie, come ingranaggi che si muovono solo per azionare altri ingranaggi, in un meccanismo che non ha un fine. Ci affanniamo a trovare scopi, ma questi non sono altro che illusioni contingenti, subordinate a scopi più grandi, anch’essi vani. Ogni utilità è provvisoria, una giustificazione per resistere al vuoto del tutto.

In un quadro più grande, tutto si dissolve: il lavoro, l’amore, le conquiste, perfino il dolore. Nulla rimane, se non la consapevolezza dell’inutilità stessa. Ed è proprio questa consapevolezza che ci condanna: sappiamo che ogni cosa è inutile, ma continuiamo a vivere come se non lo fosse. Forse è questa l’ultima ironia dell’esistenza.

Pensieri, parole, azioni: un mosaico che non combacia mai

Riusciremmo davvero a distinguere le persone, a riconoscerle una dall’altra, se tutto ciò che avessimo fosse la loro risposta alla domanda: "Cosa fai durante il giorno?"?
 
Viviamo intrappolati nell’apparenza delle azioni, nella superficie delle risposte, dimenticando che ciò che facciamo è solo un’ombra di ciò che siamo. Ma poi, chi può dire davvero di essere ciò che fa? Quanti vivono in armonia con le loro parole, e quante di queste parole sono veramente figlie del pensiero?
 
Mi chiedo, talvolta, se la nostra identità non sia un mosaico rotto, fatto di gesti, frasi e pensieri che raramente combaciano. Se fossimo privati della vista, del contorno dei volti e del calore delle presenze, saremmo capaci di distinguere i nostri conoscenti dal semplice intreccio di ciò che pensano, dicono e fanno? O ci perderemmo, incapaci di discernere l’essenza dalla maschera, l’anima dal riflesso?
 
Forse siamo tutti come ombre su un muro, definite più dal contesto in cui proiettiamo noi stessi che dalla luce che ci attraversa. E allora, chi siamo davvero? E soprattutto, come potremmo mai riconoscerci?

Vite in fotocopia: perché i volti non restano nella mia memoria

Avete mai osservato i fisionomisti? Quelli che, con apparente facilità, riconoscono un volto intravisto una sola volta, magari anni prima, scovando tra le pieghe del tempo un dettaglio che a loro non è mai sfuggito? Sembrano dotati di un’arte misteriosa, un talento che mi è completamente estraneo.
 
Io sono l’opposto. Per me riconoscere una persona dal volto è un atto che rasenta la magia, qualcosa di impossibile. I visi non mi sembrano indistinguibili, ma non trovano un appiglio nella mia memoria. È come se scivolassero via, dissolvendosi nell’oblio. Due donne bionde, con una corporatura simile e pettinate allo stesso modo, per me potrebbero tranquillamente essere la stessa persona. Basta un paio di occhiali in più, o in meno, un’acconciatura diversa, e quella figura che credevo di conoscere diventa un enigma irrisolvibile. Superman e Clark Kent, per me, potrebbero convivere nello stesso spazio senza mai svelarsi.
 
Compenso questa mancanza con un’altra capacità, ugualmente inutile: ricordo dettagli insignificanti, frammenti di realtà che sfuggono a chiunque, persino ai fisionomisti. Magari non so riconoscere il tizio che incontro per strada, ma una volta che capisco chi è, posso parlarne con una precisione quasi ossessiva, snocciolando aneddoti che nemmeno lui ricorda. Ricordo l’intonazione di una risata, il modo in cui si sposta una sedia, una frase gettata lì in un momento qualunque.
 
Eppure, non credo che tutto si riduca a una debolezza nella memoria visiva. È qualcosa di più profondo, una mancanza di percezione essenziale. Io non vedo negli altri quella differenza fondamentale che li rende unici. Non riconosco i loro volti perché, per me, le loro vite non si distinguono davvero. È come osservare un mare di formiche: individuarne una tra le altre ha senso solo se si ignora che i loro comportamenti, le loro esistenze, si sovrappongono fino a diventare copie.
 
Il fisionomista può riconoscere il compagno di scuola dopo trent’anni, ma forse non nota che la vita di quel compagno non è altro che un riflesso della propria. Riconosce il volto, ma non la banalità condivisa. Vive sulla superficie, cieco al vuoto essenziale che accomuna tutti noi.
 
E allora mi chiedo: ha davvero importanza riconoscere un individuo, quando ciò che distingue una vita dall’altra non è altro che un’illusione? Se ogni esistenza è una ripetizione, una variazione insignificante di un tema già scritto, cosa resta da ricordare? La vera domanda, forse, non è come distinguere un volto, ma perché dovremmo volerlo fare.

venerdì 7 marzo 2025

Non mi adatto, quindi non vinco (ma forse ho già vinto)

All’improvviso, come un lampo in una notte quieta, ho capito. Ho scoperto il segreto del mio insuccesso sociale. Lo chiamo “insuccesso” con una punta di ironia, perché in realtà non desidero i risultati che gli altri considerano successi, e ogni giorno me ne compiaccio con una soddisfazione silenziosa. Ma se mai li avessi voluti, credo non li avrei raggiunti, almeno non senza prima comprendere la formula che me ne ha precluso la via.
 
Ed eccola, semplice e crudele: non so indossare maschere comportamentali. Sono sempre e solo me stesso, invariato e immutabile, in ogni contesto in cui mi trovo.
 
Gli altri, mi pare, vivono costruendo facciate, adattandosi con destrezza al paesaggio umano che li circonda. Io no. Non cambio colore per confondermi nel mondo; non modulo le mie reazioni per compiacere o ingannare. Ciò che sono si manifesta sempre, nudo e senza ornamenti. E forse è proprio questa sincerità di fondo, questo rifiuto delle maschere, che mi ha reso inadatto a certi palcoscenici.
 
Ma, in fondo, non rimpiango quel che non ho mai desiderato. Se l’insuccesso è il prezzo della coerenza, allora lo pago volentieri. Perché essere sempre uguale a me stesso, in ogni luogo e in ogni tempo, è forse l’unico successo che mi interessa davvero.

Vivere di pensieri altrui: la strada più veloce per perdersi

Chi non ha fiducia nella propria mente diventa terreno fertile per i pensieri altrui. Facile preda dei pareri degli altri, vive senza sviluppare un vero istinto personale, come un viandante che si affida sempre a indicazioni estranee senza mai imparare a leggere una mappa.
 
E così, sbaglia. Sbaglia continuamente, ma in un modo sterile, privo di significato. Quegli errori non nascono da lui, non hanno radici nella sua volontà o nel suo giudizio: sono riflessi deformati dei pensieri degli altri. E poiché non appartengono alla sua mente, non possono insegnargli nulla. Non c’è crescita nell’errore che non ci appartiene, solo un perpetuo vagare nel buio, guidati da luci che non sappiamo controllare.

Chi mi chiede di cambiare non ha capito niente di me

Il mio modo di vedere la realtà, i miei gusti, sia nella musica che nei libri e nei film, le parole che dico e il modo in cui le pronuncio, il mio umorismo, i miei interessi: tutto in me mi sembra straordinario, come se non potessi fare a meno di apprezzarmi. Mi amo, e non intendo nascondere questa verità, benché sembri insolente a chi non conosce la profondità di una tale consapevolezza.
 
In ogni momento in cui mi trovo a scegliere, che sia tra me stesso e qualsiasi altra cosa, la risposta è sempre la stessa. Non c’è nulla che mi possa staccare da me, nulla che mi sembri degno di tradire il mio io, per quanto gli altri possano parlare, giudicare o suggerire. Il mio cuore è una casa che non lascio mai, e chi mi chiede di farlo non sa nulla di me.
 
Finché la mia mente troverà respiro, non mi allontanerò mai da me. Non è una questione di egoismo, ma di una solitudine che è la sola compagnia che possa reggere il peso del mondo.

martedì 4 marzo 2025

Il mito della longevità: perché non basta durare

Per caso la grande durata di un film ne determina la qualità? Un film che si estende per tre ore è matematicamente superiore a uno che dura solo un’ora e un quarto? Una canzone di sette minuti è più piacevole da ascoltare di una che dura due minuti? Un libro di mille pagine è di per sé più interessante di uno di duecento? Cos’è che ci porta a credere che, come nei casi appena detti, una vita debba necessariamente puntare a massimizzare la sua durata per essere degna di apprezzamento?

A che serve cercare di vivere il più a lungo possibile, quando i veri parametri che potrebbero conferire un senso all’esistenza non sono legati alla quantità, ma a qualcos’altro, a un altro tipo di misura? Quale vantaggio potrebbe trarre una persona che ha fatto della mera sopravvivenza il proprio unico scopo, quando è inevitabile che la vita finisca comunque, non importa quanto lunga o breve essa sia?
 
È come se il senso di un film si riducesse al solo fatto che duri un numero preciso di minuti, senza alcun rispetto per ciò che accade dentro a quei minuti, per la qualità del suo sviluppo, per il respiro che le immagini e le parole sono in grado di creare. La durata non è una garanzia di valore. La vita, come il film o la canzone o il libro, non deve essere misurata solo in termini di tempo, ma in ciò che esse suscitano, in ciò che lasciano.

Se non puoi dirlo, non puoi nemmeno pensarci

Quando pensiamo, anche se le nostre riflessioni restano confinate dentro di noi, esse sono comunque composte da parole. La costruzione di questi pensieri avviene rapidamente, quasi come un movimento istintivo dell’intelletto, più rapido di quanto sarebbe se dovessimo esprimerli per iscritto o verbalmente, ma si fondano sempre sulla nostra familiarità con le parole, sulla nostra capacità di comporre frasi.
 
Ecco perché più povero è il nostro vocabolario, più scarsa è la nostra capacità di creare frasi complesse; più limitata è la nostra possibilità di riflettere su concetti che vadano oltre il superficiale o il banale. La nostra mente diventa una prigione di pensieri semplici, ridotti alla loro essenza più immediata, incapace di esplorare la profondità di un’idea.
 
Se aggiungiamo poi il fatto che le sensazioni e le emozioni che proviamo sono spesso inaccessibili alle parole, è evidente che più povera è la nostra capacità di generare pensieri articolati, più difficile sarà per noi spiegare, a noi stessi, ciò che sentiamo. Quante volte ci affezioniamo a un poeta, a un scrittore, a un cantante, proprio perché è riuscito, con le parole, a restituire una rappresentazione più chiara e affilata di una sensazione o emozione che anche noi proviamo, ma che non riuscivamo a esprimere?
 
Ecco perché, quando la censura ci limita sempre più nell’uso delle parole, quando ci impedisce di esprimerci liberamente su determinati argomenti, non fa altro che impoverire la nostra capacità di pensare. In una società dove il numero delle parole si riduce drasticamente, dove il linguaggio viene ristretto, la complessità del pensiero umano è condannata a fare lo stesso.
 
Il pensiero unico è un atto di violenza contro la natura stessa della mente. Le sensazioni e le emozioni che possiamo provare sono infinite, ma quando il pensiero imposto dalla società limita la nostra capacità di parlarne, ci priva della possibilità di spiegare, di comunicare, di comprendere noi stessi. La mente si fa piccola, e con essa anche la vita che possiamo vivere.

La sofferenza del mondo è lavabile o è una condanna eterna?

Il mondo sembra una spugna, intrisa di sofferenza, come se fosse stata abbandonata nell’umidità di un angolo oscuro, senza mai essere strizzata. Forse andrebbe presa, violentemente, tra le mani e spremuta, risciacquata almeno una dozzina di volte, per cercare di purificarla, di restituirla alla sua forma vivibile. Ma a chi importa, in fondo, di questo? Forse la spugna non è destinata a tornare pulita, e il mondo, come una macchia indelebile, rimarrà così, senza possibilità di rimediare.

Falsi ribelli, veri conformisti: l’arte di dire ciò che conviene

Sui social network, diffido sempre dei post di chi è seguito da una moltitudine di contatti. Le possibilità che siano scritti unicamente per racimolare un po' di consenso sono così evidenti da essere quasi nauseanti. E si nota subito, soprattutto da come si attaccano, con quella quasi assurda semplicità, gli archetipi del "cattivo" e dello "sbagliato", sempre con una morale che non merita nemmeno il nome.
Quella che chiamano "morale", in fondo, non è niente. Se non avessero un pubblico, non direbbero nulla. Non sarebbe neppure un pensiero. È solo un’operazione, una mossa per ottenere l'accettazione di una folla anonima. È dire la cosa giusta nel momento giusto, per sentirsi superiori, più "buoni" e "giusti". E non si accorgono che, così facendo, non sono né buoni né giusti, ma semplicemente vuoti.
 
A volte mi sembra che non comprendano quanto sia prezioso, quanto sia liberatorio, essere liberi di pensare senza la costante paura di suscitare l’indignazione del mondo. C'è qualcosa di incantevole, per chi può permetterselo, nel credere che ciò che accade nella propria mente non abbia bisogno del sigillo degli altri, della loro approvazione.

Quando la tecnica che adoperano diventa così palese da non richiedere neppure uno sforzo per essere colta, quando chi la usa non se ne accorge nemmeno, diventa insopportabile. Eppure, che cosa fanno? Cominciano i loro post, come se fossero mossi dalla rabbia, ma quella rabbia è finta, come le parolacce e i "termini forti" che vi infilano dentro per giustificarla. E questa rabbia viene indirizzata a tipi di persone sempre generici, che mai vengono nominati esplicitamente, tranne quando sono già stati bollati dalla massa, quelli che ormai sono oggetto di caccia, di un'inquisizione che non lascia scampo. E in questa infantile dicotomia tra "buoni e cattivi", quelli su cui riversano il disprezzo vengono posti, automaticamente, nell’altra parte, quella dei "dannati". E tutto il resto è solo un gioco, un teatrino che ha una durata sempre breve, come ogni spettacolo che non ha radici. Non importa quanto si sfumi nel nulla. Sarà sufficiente un altro episodio, un’altra storia, per ricominciare da capo. Un altro circo da allestire.

lunedì 3 marzo 2025

Il paradosso delle scelte: ogni passo apre una porta e ne chiude cento

Forse è un vantaggio, forse no, ma la certezza è che non si può avere tutto ciò che si desidera. Ogni scelta che facciamo esclude altre cento possibilità, come se ogni passo ci obbligasse a percorrere una strada già segnata, rinunciando alle altre, a quelle che non vedremo mai. A volte ci sembra di aver guadagnato qualcosa, di aver trovato un guizzo di luce in mezzo al buio, altre volte, invece, la sensazione è quella di aver perso, di essere stati ingannati dalla promessa di una felicità che non è mai arrivata. Ma capire se sia davvero così, se questa sensazione di guadagno o di perdita sia fondata, è qualcosa che non ci è dato sapere. Eppure, la domanda resta, invisibile e sorda: c'è davvero una risposta? O è tutto solo una rassegnata illusione di possedere il controllo, di avere il filo di ciò che ci accade?

Essere sazi: pienezza o prigione?

Non so se invidiare o meno quelli che non si stufano. La parola stessa, "stufarsi", ha un sapore di conclusione, di fine, come quando si è sazi, e si sa, uno dovrebbe essere soddisfatto quando raggiunge quel punto, no? Ma cosa vuol dire veramente saziarsi? È un limite o un segno di compimento? Eppure, c’è chi sembra non arrivarci mai, chi continua a cercare e ad andare oltre, come se la sazietà fosse un nemico da evitare, un'illusione da sfuggire. Forse invidio proprio quella loro continua spinta, quella capacità di non fermarsi mai. Ma poi, a pensarci bene, mi domando se sia davvero una benedizione, o solo una condanna a un perenne desiderio di qualcosa che non esiste. E forse, alla fine, mi chiedo se non sia più felice chi sa fermarsi, chi trova la pace nel non voler più niente.

Io, l’unico che può essere me

È incredibile, davvero, come sia proprio e soltanto io… a essere me. Una singolarità che, pur nel suo apparente banale evidenza, mi lascia sempre stupito. Come se fossi l’unico essere capace di abitare davvero questa forma, questa esistenza. E tuttavia, non è nulla di speciale, né un privilegio o una tragedia, ma semplicemente una condizione, un dato di fatto. Eppure, ogni volta che mi ci trovo davanti, mi sembra un paradosso inafferrabile: che io sia proprio questo che sono, e che nessun altro possa esserlo, come se, in qualche modo, fossi intrappolato in una solitudine che non si misura nel tempo, ma nel peso di questa individualità assoluta.

domenica 2 marzo 2025

Il grande inganno dell’identità: siamo davvero noi stessi?

Molti si immergono tanto nel ruolo che credono di interpretare da non rendersi conto che è solo un'illusione, una recita senza fine. Non sanno cosa significhi vivere realmente, senza maschere, senza un copione scritto da qualcun altro. Anche quando dicono di essere "innamorati", in realtà si limitano a recitare il copione che si aspettano da loro, una parte che è stata loro assegnata senza che mai possano sfuggirne.
 
È come quando ascolti un prete parlare, con quel tono artefatto, quel suono finto e pacato, come se fosse una voce che non gli appartiene, con le parole lente e misurate come un rito che non ha più nulla di spontaneo. È solo un uomo che interpreta un ruolo che tutti si aspettano che lui reciti, e nulla più.
 
E così, viviamo tra attori che non sanno di esserlo, incastrati nei loro ruoli senza nemmeno accorgersene. Ogni giorno recitano una parte, convinti che sia tutto reale, mentre la vita scivola via senza che nessuno si fermi a chiedersi se ci sia altro da fare, altro da essere.

Vite standardizzate: perché inseguiamo sogni che non ci appartengono?

Ogni persona è, in effetti, un universo a sé, governato da leggi fisiche proprie, leggi che non si applicano in altri universi, che non possono essere replicate da altri mondi. Il vero problema, tuttavia, è che gli uomini non comprendono l'unicità della propria natura e si comportano sempre come se appartenessero a un copione che non è il loro. Così facendo, anche la felicità, quella che dovrebbe essere un percorso esclusivo di ciascuno, diventa qualcosa di standardizzato, adattato a modelli che non ci appartengono. Ma la cosa più curiosa è che le emozioni che veramente viviamo non possono essere imitate, non possono essere falsificate: la ricerca della felicità collettiva finisce sempre per lasciare un retrogusto di frustrazione, come se qualcosa fosse mancato, come se ci fosse una mancanza che nessuna moda può colmare.

E poi, c'è quella limitazione che è propria della mente umana: la sua incapacità di afferrare la realtà in tutta la sua pienezza. La mente deve semplificare, deve codificare, deve tradurre il caos che la circonda in categorie che possano essere comprese. E una delle semplificazioni più evidenti che la mente umana adotta è quella dualistica: "bello-brutto", "giusto-sbagliato", "vantaggioso-svantaggioso", "positivo-negativo", "virtuoso-vizioso"… Ma in realtà, nessuna di queste categorie esiste realmente. Sono invenzioni umane, creazioni mentali che nascono quando l'uomo si confronta con l'ignoto, con il mondo che lo circonda. Ecco perché, quando sogna o desidera, la mente umana immagina sempre le cose da un solo punto di vista, come se la realtà fosse piatta, bidimensionale, e le cose possiedano solo quelle caratteristiche che appaiono "belle" o "brutte", senza rendersi conto che la realtà è infinitamente più complessa e che contiene in sé anche gli opposti, che si intrecciano in una danza di contraddizioni.

Quando osserviamo gli altri, ci accechiamo facilmente nell'invidia. Guardiamo solo ciò che loro possiedono, quello che noi non abbiamo, ma non guardiamo le cose che noi possediamo e che loro non hanno. Pessoa, con la sua immensa saggezza, aveva capito bene questo gioco dell'illusione e della disillusione, e per questo sottolineava quanto fosse fondamentale il distacco dalle illusioni per poter godere, nel modo giusto, di quelle che la vita ci offre.

La felicità è un'illusione a tempo determinato

La felicità, quando la provi, porta con sé un'aspettativa inevitabile: la consapevolezza che finirà, che presto svanirà. E così, ciò che potrebbe essere un momento di pienezza diventa una sorta di premonizione di perdita, che ne mina il piacere, che ne annacqua il valore. Ma l'infelicità, quella strana compagna, non ti spaventa nel medesimo modo. Se sei infelice, il cambiamento non ti turba, poiché la speranza di un miglioramento è sempre presente. O, nel peggiore dei casi, puoi continuare a esistere nel tuo stato di disagio, un po' più a lungo, con la tranquillità di ciò che già conosci.

In fondo, la cosa più sensata sarebbe imparare a godere della felicità quando arriva, ma con la consapevolezza che non durerà. Sarebbe saggio gustarla pienamente, consapevoli che tutto, in fin dei conti, finisce per poi tornare. È l'unico modo per conciliare le contraddizioni di questa esistenza, l'unico modo per far quadrare il bilancio della vita, perché se tentiamo di farlo senza accettare questa legge di ciclicità, il risultato non potrà che essere negativo. La felicità è un ospite che non resta mai a lungo, e forse proprio per questo va apprezzata nel breve spazio che occupa.

sabato 1 marzo 2025

Vite prefabbricate: la dittatura del conformismo

Una società che si erge su fondamenta di omologazione, dove ogni possibile deviazione dalla norma è imposta a restare ai margini, come se esistere al di fuori delle linee tracciate fosse un atto di ribellione insensata. Ogni ambito, ogni angolo dell'esistenza, è stato ridotto a una scelta sterile, quasi nulla, come se l'individuo fosse stato privato della sua essenza, costretto a vivere come gli altri, a pensare come gli altri, a respirare come gli altri. Non poter vivere secondo la propria coscienza, non poter tracciare il proprio cammino nel mondo, è come se l'aria si ritirasse lentamente dai polmoni. È una costrizione che s'insinua in ogni pensiero, in ogni gesto. È oppressiva, tanto quanto l'incapacità di risvegliarsi da un sogno che non è il proprio.

Il paradosso dell’essere: viviamo per noi o per il tutto?

Quando smetto di vivere, non c'è più nulla di me che possa preoccuparsi, se mai ce ne fosse stato, del ricordo che altri possano avere della mia esistenza. La mia vita ha il senso che io stesso le attribuisco, un senso che si dissolve nel momento in cui la vita stessa non è più.

La vita di ogni individuo, presa nel suo isolamento, ha un significato che è esclusivamente suo, ma se la consideriamo nell'ambito del "genere umano", quel senso si riduce alla stessa insignificanza di una singola cellula nel corpo che la ospita. La cellula vive per se stessa, ma la sua esistenza ha valore solo per la sopravvivenza dell'organismo nel suo insieme. Allo stesso modo, la vita dell'individuo non ha un valore che trascenda quello che essa contribuisce al perpetuarsi dell'intera specie. Così, il beneficio non è mai per il singolo, ma per l'insieme, proprio come una cellula esiste per la vita dell'intero corpo.

L’arte di non appartenere: riflessioni di un osservatore distante

A volte mi distacco da tutto, come un estraneo che si contempla allo specchio, e osservo la mia immobilità esistenziale in contrasto con il fluire incessante della vita degli altri. Essi vivono, mutano, si agitano in un continuo susseguirsi di eventi, spinti da un bisogno profondo di sopravvivere o di migliorare una condizione personale che, a me, sembra estranea, forse superflua.

Ciò che però mi inquieta e, paradossalmente, mi conforta, è scoprire che questa mia immobilità non mi lascia rimpianti. Ammirare la forza degli altri, il loro incessante mutare, mi appare come l'osservazione di un fenomeno naturale: una pioggia che cade o un fiume che scorre. Lo guardo con interesse, ma senza desiderio di esserne parte. La loro tensione verso il cambiamento è un'energia che io percepisco come aliena, e tuttavia non invidio. Non vorrei essere come loro, e questo mio non-essere è al tempo stesso fortuna e destino, bilanciato in un equilibrio segreto e silenzioso.

Tutto ciò è soltanto un'ulteriore dimostrazione di quella distanza incolmabile tra me e il resto del mondo. E mentre il mondo si agita, io resto qui, fermo, prigioniero volontario di una pace che si nutre della mia stessa assenza.

Senza inganni, senza sogni: l’agonia della realtà

Quest'anno un'altra parte di me è morta, e ciò che rimane di me è un avanzo stanco di ciò che un tempo ero. Vivo come un’ombra in mezzo al vuoto, una fragile pellicola che separa il nulla da se stesso. Non invidio gli altri; anche loro sono pezzi di questo stesso niente, frammenti sparsi di un’assenza che li definisce. Non provo alcuna ammirazione per la loro inconsapevolezza, per quella cecità che li lascia tranquilli nel loro sogno inconsistente.

Mi manca perfino la capacità di creare illusioni, di costruire un inganno che mi consoli o mi offra un simulacro di felicità. Eppure, non sento il bisogno di farlo. La mia consapevolezza sterile mi basta; è una ferita aperta che non si chiude, ma che neppure mi uccide. Vivo in questo stato sospeso, una lucidità senza scopo, un nulla che si contempla.

Esistono sempre “altri”: la realtà che ignoriamo

 25 Dicembre 2024. Oggi è Natale. Auguri, se di auguri può aver bisogno chi vive senza sapere di vivere. Il mio regalo, per me stesso prima che per voi, è questo pensiero che mi sfugge dalle mani come sabbia: molti, in questo giorno, trovano nella quiete della festa un rifugio che è già dimenticanza. Basta poco, a volte, per non vedere che altrove, in quel mondo lontano che pure ci è accanto, "altri" non hanno questa pace, questo silenzio dorato.


Eppure, non è diversa la cecità di chi soffre. Nel loro dolore, credono che ogni altro angolo del mondo sia colmo di una gioia che li esclude. È un inganno gemello: tanto chi è felice quanto chi è infelice dimentica sempre qualcosa.


Ma ci sono "altri" ancora, sempre "altri", che nessuno nomina, che nessuno pensa. Sono coloro per cui il Natale non è una variazione della loro condizione, ma l'accento crudele di un dolore che non si interrompe mai.


Ieri sera, mentre la vigilia si preparava al suo sonno di luci artificiali, due ragazzi sono stati travolti da un terzo, distratto o indifferente al fatto che un'automobile può essere più di un mezzo: può essere un'arma. Quei ragazzi avevano una famiglia. E quelle famiglie oggi vivono un Natale che nessuno vorrebbe mai dover affrontare.


E così penso a questo giorno, a chi è sereno e a chi è triste, e vedo in entrambi lo stesso errore, la stessa cecità, diversa solo nel colore: nessuno di noi guarda abbastanza lontano, nessuno di noi percepisce che gli "altri" non sono mai come li immaginiamo.

Arte e pensiero: un rifugio contro il logorio dell’esistenza

Poiché la mente è tutto, ringrazio sempre coloro che riescono a influenzarla positivamente. È un paradosso ringraziare per un'influenza, segno che la mente non è perfetta, che non è schermata come dovrebbe essere. Ma proprio perché è fragile, permeabile, vivo in gratitudine verso chi non la inquina.

Musicisti, scrittori, filosofi, registi – attori e sceneggiatori compresi – e fotografi: tutti coloro che, con le loro creazioni di qualità, permettono a una mente stanca, che si lascia un po’ andare, di trovare sollievo, di abbandonarsi senza perdersi. Sono loro a rendere il peso della vita più lieve, a donare spazi di respiro dove il pensiero possa distendersi.

Quanto a chi insozza le menti altrui, non provo odio, ma se dovessero bruciare, non piangerei. Perché chi contamina l'anima merita di sparire, lasciando che la mente, almeno, possa difendersi dalla fatica di esistere.

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