Molti decenni fa, ai tempi dei forum, avevo creato uno spazio con una sezione chiamata "Pensieri del momento", dove annotavo riflessioni fulminee, lampi di coscienza gettati nel flusso effimero delle parole scritte. Oggi, in memoria di quella vecchia abitudine, inauguro questo blog, un rifugio in cui raccogliere pensieri antichi e nuovi, sperando che qui trovino un’ancora, un'esistenza più stabile, lontana dall'incostanza e dall’incertezza di luoghi come Facebook e affini.
venerdì 28 marzo 2025
Ti amo, ma solo finché non inizia la digestione
I miei social preferiti
Il tempo ha deciso per me
sabato 22 marzo 2025
Se ogni persona è un universo, perché ci ostiniamo a essere uguali?
Ogni persona è un universo a sé, retto da leggi uniche, dove ciò che vale altrove può non avere significato. Eppure, molti ignorano questa unicità, conformandosi agli altri e standardizzando persino la propria idea di felicità. Ma le emozioni autentiche non si possono simulare, e la ricerca di una felicità omologata lascia sempre un retrogusto amaro di insoddisfazione.
La mente umana, limitata, semplifica la realtà in dicotomie: bello/brutto, giusto/sbagliato, utile/dannoso, positivo/negativo, virtù/vizio. Nella realtà, queste distinzioni non esistono; siamo noi a imporle. Perciò, quando sogniamo o desideriamo, immaginiamo scenari bidimensionali, focalizzandoci solo sugli aspetti positivi (o negativi), ignorando la complessità e le contraddizioni della vita.
Quando guardiamo gli altri, spesso li invidiamo, concentrandoci su ciò che possiedono e noi no, senza considerare ciò che noi abbiamo e loro no. Pessoa lo aveva compreso bene, sottolineando l'importanza della disillusione per apprezzare appieno le illusioni.
La solitudine è neutra: sei tu a darle forma
Lettori e non lettori: due mondi che non si incontrano
Quando incontro una persona nuova, una delle prime cose che chiedo è se legge. Lo faccio in modo informale, come per avviare una conversazione, ma con l'esperienza ho imparato che la risposta rivela molto. L'abitudine alla lettura, sia essa frequente o sporadica, influisce profondamente su molteplici aspetti della personalità.
Chi fatica a trovare il tempo per leggere, a meno che non si tratti di una scusa, spesso trascura se stesso. È importante chiarire: leggere molto non garantisce automaticamente delle qualità. La lettura, di per sé, è un'attività passiva: l'autore crea, il lettore assimila. Il beneficio nasce dalla scelta dei libri e dalla capacità di riflettere sugli spunti che offrono. È in quel momento che il lettore diventa attivo, trasformando le parole in pensieri propri.
Al contrario, la mancanza di lettura limita significativamente le opportunità di crescita personale e la profondità delle proprie riflessioni. Parlando con chi legge poco o nulla, si ha spesso l'impressione di dialogare con una persona intercambiabile, che ripete pensieri altrui anziché elaborarne di propri.
L’Emozione del Nuovo e del Perduto: Il Fascino del Mutamento
La vita, la morte e il sublime disinteresse
Il tempo trasforma la nostra percezione della realtà
Il desiderio di scomparire nel sonno
mercoledì 19 marzo 2025
Quando la conquista diventa prigionia: il lato oscuro del desiderio
Non sempre ciò che desideriamo coincide con ciò che ci è benefico, e nelle relazioni sentimentali questa discrepanza è quasi una regola.
Tolti dal discorso gli opportunisti, che si muovono per fini estranei all’affetto, gli altri sono di solito attratti o da chi è loro simile, in cui ritrovano il riflesso di sé, o da chi possiede qualità che non hanno, o che in loro esistono solo in forma attenuata e vorrebbero più vive, più luminose. Ma se la compatibilità è un’illusione, se non si radica nell’armonia autentica tra le nature, il legame è destinato a disfarsi presto, o a sopravvivere come un cadavere trascinato nel tempo.
È un pensiero semplice, eppure pochi lo comprendono. Si consuma una quantità inaudita di energia per “conquistare” qualcuno, magari più bello, più intelligente, più sensibile, più “qualcosa”, e, una volta ottenuto, si continua a bruciare energia per trattenerlo. Ma un legame tra persone compatibili non consuma: rigenera. La compatibilità non è uguaglianza, ma un incastro, un equilibrio che deve esistere per entrambi. Far innamorare qualcuno con insistenza, se manca quell’incastro, non garantirà nulla: la struttura cederà al primo vento.
Osservo spesso matrimoni scomposti, dove uno è infinitamente più bello dell’altro, ad esempio. L’ammirazione iniziale diventa ossessione, la conquista si trasforma in prigionia, il trofeo brilla ma non scalda. Lo stesso accade con l’attrazione per la sensibilità: chi non la possiede tenta di appropriarsene attraverso l’altro, ma la finzione ha una durata breve, e la maschera, inevitabilmente, cade.
Ottenere a ogni costo ciò che si desidera è raramente ciò che ci fa bene.
martedì 18 marzo 2025
L'angoscia di esistere supera il timore di sparire
L’imbarazzo imposto: quando gli altri sbagliano e noi ci sentiamo in colpa
Ancora oggi mi sorprendo a provare un fastidio sordo, una sorta di disagio riflesso, quando mi trovo a dover sentire imbarazzo per colpe non mie, per atti di altri su altri, come se il semplice legame che mi unisce a certi individui bastasse a coinvolgermi nel loro impaccio. È un'inquietudine sottile, un'ombra che mi sfiora senza mai appartenermi davvero, eppure mi pesa.
Non dipende da me, né da ciò che ho detto o fatto, ma dall’inadeguatezza altrui, da gesti e parole che si consumano fuori dal mio controllo, eppure mi toccano. Succede soprattutto con i parenti, come se la vicinanza di sangue fosse una colpa o una condanna a sentire ciò che non mi appartiene.
Accettare l’impermanenza: un atto di consapevolezza
Mai più di questo avrò esperienza diretta e costante.
Nella totalità delle cose impermanenti, c'è senza dubbio il mio stato d' animo.
La bellezza esiste solo grazie al suo opposto
Amare senza perdersi: perché prima vieni tu
Seguendo questo ordine di azione non vi pentirete mai.
martedì 11 marzo 2025
Perché il desiderio non porta mai alla felicità
Il Privilegio di Ricordare Senza Soffrire
Se l' evento ricordato si riferisce ad un momento felice, sono compiaciute di averlo vissuto e godono di quella sensazione; Se l' evento ricordato si riferisce ad un fatto spiacevole, sono contente di non essere più in quel momento.
Queste persone amano se stesse e non hanno rimpianti neanche se hanno commesso scelte disastrose, perché hanno imparato ad osservare queste scelte come incidenti di percorso necessari per essere ciò che si è. Amando ciò che si è, non ci si rammarica per la strada seguita per essere quel qualcosa.
Essere sensibili è un atto di autodistruzione?
Sono due forme di pietà diverse e, costretto a scegliere quella che mi rende meno amareggiato tra le due, ne estrapolo una terza e scelgo quella rivolta solo verso me stesso.
La solitudine è l’unico vero spauracchio?
Il grande inganno della somiglianza
Già basterebbe la nostra specifica percezione della realtà per renderci totalmente diversi gli uni dagli altri.
Ecco, questa è l' unica cosa che mi affascina veramente dell' esistenza: Il mio romanzo è, nonostante tutto, un altro romanzo.
L’indipendenza interiore: la vera sfida della libertà
Ma se è inevitabile che gli altri pensino, è altrettanto necessario, per noi, imparare a non lasciarci influenzare dai loro giudizi. La mente deve essere addestrata a vivere libera, come una finestra aperta che non trattiene il vento. Riconoscere il diritto altrui di pensare non implica il dovere di lasciare che quei pensieri ci appartengano. Siamo, o dovremmo essere, padroni del nostro spirito, anche quando il mondo ci riflette immagini di noi stessi che non riconosciamo.
Essere sé stessi, nonostante lo sguardo altrui: forse è questa la più ardua forma di libertà. E la più necessaria.
sabato 8 marzo 2025
La condizione ideale? Non essere mai stati
Chi cessa di esistere, certo, non soffre più. Ma non può nemmeno assaporare la consolazione della mancanza di dolore. La non-esistenza è perfetta, ma la sua perfezione è priva di testimoni. È come una melodia che nessuno ascolta, o un quadro in una stanza buia: la bellezza c’è, ma senza occhi né orecchie per accoglierla.
Forse, dunque, la condizione ideale non è smettere di esistere, ma non essere mai esistiti. Non lasciare alcuna traccia, né sul mondo né sulla memoria degli altri, come una pietra che non è mai stata lanciata nello stagno. Ma noi esistiamo, e questa è la condanna. Siamo consapevoli della sofferenza, e al tempo stesso consapevoli che l’assenza di sofferenza, quella vera, è irraggiungibile.
Esistere è desiderare ciò che solo il non essere può dare, ed essere condannati a non poterlo mai possedere.
Vivere sapendo che nulla ha senso
Il mondo sembra costruito su un sistema di utilità intermedie, come ingranaggi che si muovono solo per azionare altri ingranaggi, in un meccanismo che non ha un fine. Ci affanniamo a trovare scopi, ma questi non sono altro che illusioni contingenti, subordinate a scopi più grandi, anch’essi vani. Ogni utilità è provvisoria, una giustificazione per resistere al vuoto del tutto.
In un quadro più grande, tutto si dissolve: il lavoro, l’amore, le conquiste, perfino il dolore. Nulla rimane, se non la consapevolezza dell’inutilità stessa. Ed è proprio questa consapevolezza che ci condanna: sappiamo che ogni cosa è inutile, ma continuiamo a vivere come se non lo fosse. Forse è questa l’ultima ironia dell’esistenza.
Pensieri, parole, azioni: un mosaico che non combacia mai
Viviamo intrappolati nell’apparenza delle azioni, nella superficie delle risposte, dimenticando che ciò che facciamo è solo un’ombra di ciò che siamo. Ma poi, chi può dire davvero di essere ciò che fa? Quanti vivono in armonia con le loro parole, e quante di queste parole sono veramente figlie del pensiero?
Mi chiedo, talvolta, se la nostra identità non sia un mosaico rotto, fatto di gesti, frasi e pensieri che raramente combaciano. Se fossimo privati della vista, del contorno dei volti e del calore delle presenze, saremmo capaci di distinguere i nostri conoscenti dal semplice intreccio di ciò che pensano, dicono e fanno? O ci perderemmo, incapaci di discernere l’essenza dalla maschera, l’anima dal riflesso?
Forse siamo tutti come ombre su un muro, definite più dal contesto in cui proiettiamo noi stessi che dalla luce che ci attraversa. E allora, chi siamo davvero? E soprattutto, come potremmo mai riconoscerci?
Vite in fotocopia: perché i volti non restano nella mia memoria
Io sono l’opposto. Per me riconoscere una persona dal volto è un atto che rasenta la magia, qualcosa di impossibile. I visi non mi sembrano indistinguibili, ma non trovano un appiglio nella mia memoria. È come se scivolassero via, dissolvendosi nell’oblio. Due donne bionde, con una corporatura simile e pettinate allo stesso modo, per me potrebbero tranquillamente essere la stessa persona. Basta un paio di occhiali in più, o in meno, un’acconciatura diversa, e quella figura che credevo di conoscere diventa un enigma irrisolvibile. Superman e Clark Kent, per me, potrebbero convivere nello stesso spazio senza mai svelarsi.
Compenso questa mancanza con un’altra capacità, ugualmente inutile: ricordo dettagli insignificanti, frammenti di realtà che sfuggono a chiunque, persino ai fisionomisti. Magari non so riconoscere il tizio che incontro per strada, ma una volta che capisco chi è, posso parlarne con una precisione quasi ossessiva, snocciolando aneddoti che nemmeno lui ricorda. Ricordo l’intonazione di una risata, il modo in cui si sposta una sedia, una frase gettata lì in un momento qualunque.
Eppure, non credo che tutto si riduca a una debolezza nella memoria visiva. È qualcosa di più profondo, una mancanza di percezione essenziale. Io non vedo negli altri quella differenza fondamentale che li rende unici. Non riconosco i loro volti perché, per me, le loro vite non si distinguono davvero. È come osservare un mare di formiche: individuarne una tra le altre ha senso solo se si ignora che i loro comportamenti, le loro esistenze, si sovrappongono fino a diventare copie.
Il fisionomista può riconoscere il compagno di scuola dopo trent’anni, ma forse non nota che la vita di quel compagno non è altro che un riflesso della propria. Riconosce il volto, ma non la banalità condivisa. Vive sulla superficie, cieco al vuoto essenziale che accomuna tutti noi.
E allora mi chiedo: ha davvero importanza riconoscere un individuo, quando ciò che distingue una vita dall’altra non è altro che un’illusione? Se ogni esistenza è una ripetizione, una variazione insignificante di un tema già scritto, cosa resta da ricordare? La vera domanda, forse, non è come distinguere un volto, ma perché dovremmo volerlo fare.
venerdì 7 marzo 2025
Non mi adatto, quindi non vinco (ma forse ho già vinto)
Ed eccola, semplice e crudele: non so indossare maschere comportamentali. Sono sempre e solo me stesso, invariato e immutabile, in ogni contesto in cui mi trovo.
Gli altri, mi pare, vivono costruendo facciate, adattandosi con destrezza al paesaggio umano che li circonda. Io no. Non cambio colore per confondermi nel mondo; non modulo le mie reazioni per compiacere o ingannare. Ciò che sono si manifesta sempre, nudo e senza ornamenti. E forse è proprio questa sincerità di fondo, questo rifiuto delle maschere, che mi ha reso inadatto a certi palcoscenici.
Ma, in fondo, non rimpiango quel che non ho mai desiderato. Se l’insuccesso è il prezzo della coerenza, allora lo pago volentieri. Perché essere sempre uguale a me stesso, in ogni luogo e in ogni tempo, è forse l’unico successo che mi interessa davvero.
Vivere di pensieri altrui: la strada più veloce per perdersi
E così, sbaglia. Sbaglia continuamente, ma in un modo sterile, privo di significato. Quegli errori non nascono da lui, non hanno radici nella sua volontà o nel suo giudizio: sono riflessi deformati dei pensieri degli altri. E poiché non appartengono alla sua mente, non possono insegnargli nulla. Non c’è crescita nell’errore che non ci appartiene, solo un perpetuo vagare nel buio, guidati da luci che non sappiamo controllare.
Chi mi chiede di cambiare non ha capito niente di me
In ogni momento in cui mi trovo a scegliere, che sia tra me stesso e qualsiasi altra cosa, la risposta è sempre la stessa. Non c’è nulla che mi possa staccare da me, nulla che mi sembri degno di tradire il mio io, per quanto gli altri possano parlare, giudicare o suggerire. Il mio cuore è una casa che non lascio mai, e chi mi chiede di farlo non sa nulla di me.
Finché la mia mente troverà respiro, non mi allontanerò mai da me. Non è una questione di egoismo, ma di una solitudine che è la sola compagnia che possa reggere il peso del mondo.
martedì 4 marzo 2025
Il mito della longevità: perché non basta durare
A che serve cercare di vivere il più a lungo possibile, quando i veri parametri che potrebbero conferire un senso all’esistenza non sono legati alla quantità, ma a qualcos’altro, a un altro tipo di misura? Quale vantaggio potrebbe trarre una persona che ha fatto della mera sopravvivenza il proprio unico scopo, quando è inevitabile che la vita finisca comunque, non importa quanto lunga o breve essa sia?
È come se il senso di un film si riducesse al solo fatto che duri un numero preciso di minuti, senza alcun rispetto per ciò che accade dentro a quei minuti, per la qualità del suo sviluppo, per il respiro che le immagini e le parole sono in grado di creare. La durata non è una garanzia di valore. La vita, come il film o la canzone o il libro, non deve essere misurata solo in termini di tempo, ma in ciò che esse suscitano, in ciò che lasciano.
Se non puoi dirlo, non puoi nemmeno pensarci
Ecco perché più povero è il nostro vocabolario, più scarsa è la nostra capacità di creare frasi complesse; più limitata è la nostra possibilità di riflettere su concetti che vadano oltre il superficiale o il banale. La nostra mente diventa una prigione di pensieri semplici, ridotti alla loro essenza più immediata, incapace di esplorare la profondità di un’idea.
Se aggiungiamo poi il fatto che le sensazioni e le emozioni che proviamo sono spesso inaccessibili alle parole, è evidente che più povera è la nostra capacità di generare pensieri articolati, più difficile sarà per noi spiegare, a noi stessi, ciò che sentiamo. Quante volte ci affezioniamo a un poeta, a un scrittore, a un cantante, proprio perché è riuscito, con le parole, a restituire una rappresentazione più chiara e affilata di una sensazione o emozione che anche noi proviamo, ma che non riuscivamo a esprimere?
Ecco perché, quando la censura ci limita sempre più nell’uso delle parole, quando ci impedisce di esprimerci liberamente su determinati argomenti, non fa altro che impoverire la nostra capacità di pensare. In una società dove il numero delle parole si riduce drasticamente, dove il linguaggio viene ristretto, la complessità del pensiero umano è condannata a fare lo stesso.
Il pensiero unico è un atto di violenza contro la natura stessa della mente. Le sensazioni e le emozioni che possiamo provare sono infinite, ma quando il pensiero imposto dalla società limita la nostra capacità di parlarne, ci priva della possibilità di spiegare, di comunicare, di comprendere noi stessi. La mente si fa piccola, e con essa anche la vita che possiamo vivere.
La sofferenza del mondo è lavabile o è una condanna eterna?
Falsi ribelli, veri conformisti: l’arte di dire ciò che conviene
Quella che chiamano "morale", in fondo, non è niente. Se non avessero un pubblico, non direbbero nulla. Non sarebbe neppure un pensiero. È solo un’operazione, una mossa per ottenere l'accettazione di una folla anonima. È dire la cosa giusta nel momento giusto, per sentirsi superiori, più "buoni" e "giusti". E non si accorgono che, così facendo, non sono né buoni né giusti, ma semplicemente vuoti.
A volte mi sembra che non comprendano quanto sia prezioso, quanto sia liberatorio, essere liberi di pensare senza la costante paura di suscitare l’indignazione del mondo. C'è qualcosa di incantevole, per chi può permetterselo, nel credere che ciò che accade nella propria mente non abbia bisogno del sigillo degli altri, della loro approvazione.
Quando la tecnica che adoperano diventa così palese da non richiedere neppure uno sforzo per essere colta, quando chi la usa non se ne accorge nemmeno, diventa insopportabile. Eppure, che cosa fanno? Cominciano i loro post, come se fossero mossi dalla rabbia, ma quella rabbia è finta, come le parolacce e i "termini forti" che vi infilano dentro per giustificarla. E questa rabbia viene indirizzata a tipi di persone sempre generici, che mai vengono nominati esplicitamente, tranne quando sono già stati bollati dalla massa, quelli che ormai sono oggetto di caccia, di un'inquisizione che non lascia scampo. E in questa infantile dicotomia tra "buoni e cattivi", quelli su cui riversano il disprezzo vengono posti, automaticamente, nell’altra parte, quella dei "dannati". E tutto il resto è solo un gioco, un teatrino che ha una durata sempre breve, come ogni spettacolo che non ha radici. Non importa quanto si sfumi nel nulla. Sarà sufficiente un altro episodio, un’altra storia, per ricominciare da capo. Un altro circo da allestire.
lunedì 3 marzo 2025
Il paradosso delle scelte: ogni passo apre una porta e ne chiude cento
Essere sazi: pienezza o prigione?
Io, l’unico che può essere me
domenica 2 marzo 2025
Il grande inganno dell’identità: siamo davvero noi stessi?
È come quando ascolti un prete parlare, con quel tono artefatto, quel suono finto e pacato, come se fosse una voce che non gli appartiene, con le parole lente e misurate come un rito che non ha più nulla di spontaneo. È solo un uomo che interpreta un ruolo che tutti si aspettano che lui reciti, e nulla più.
E così, viviamo tra attori che non sanno di esserlo, incastrati nei loro ruoli senza nemmeno accorgersene. Ogni giorno recitano una parte, convinti che sia tutto reale, mentre la vita scivola via senza che nessuno si fermi a chiedersi se ci sia altro da fare, altro da essere.
Vite standardizzate: perché inseguiamo sogni che non ci appartengono?
E poi, c'è quella limitazione che è propria della mente umana: la sua incapacità di afferrare la realtà in tutta la sua pienezza. La mente deve semplificare, deve codificare, deve tradurre il caos che la circonda in categorie che possano essere comprese. E una delle semplificazioni più evidenti che la mente umana adotta è quella dualistica: "bello-brutto", "giusto-sbagliato", "vantaggioso-svantaggioso", "positivo-negativo", "virtuoso-vizioso"… Ma in realtà, nessuna di queste categorie esiste realmente. Sono invenzioni umane, creazioni mentali che nascono quando l'uomo si confronta con l'ignoto, con il mondo che lo circonda. Ecco perché, quando sogna o desidera, la mente umana immagina sempre le cose da un solo punto di vista, come se la realtà fosse piatta, bidimensionale, e le cose possiedano solo quelle caratteristiche che appaiono "belle" o "brutte", senza rendersi conto che la realtà è infinitamente più complessa e che contiene in sé anche gli opposti, che si intrecciano in una danza di contraddizioni.
Quando osserviamo gli altri, ci accechiamo facilmente nell'invidia. Guardiamo solo ciò che loro possiedono, quello che noi non abbiamo, ma non guardiamo le cose che noi possediamo e che loro non hanno. Pessoa, con la sua immensa saggezza, aveva capito bene questo gioco dell'illusione e della disillusione, e per questo sottolineava quanto fosse fondamentale il distacco dalle illusioni per poter godere, nel modo giusto, di quelle che la vita ci offre.
La felicità è un'illusione a tempo determinato
In fondo, la cosa più sensata sarebbe imparare a godere della felicità quando arriva, ma con la consapevolezza che non durerà. Sarebbe saggio gustarla pienamente, consapevoli che tutto, in fin dei conti, finisce per poi tornare. È l'unico modo per conciliare le contraddizioni di questa esistenza, l'unico modo per far quadrare il bilancio della vita, perché se tentiamo di farlo senza accettare questa legge di ciclicità, il risultato non potrà che essere negativo. La felicità è un ospite che non resta mai a lungo, e forse proprio per questo va apprezzata nel breve spazio che occupa.
sabato 1 marzo 2025
Vite prefabbricate: la dittatura del conformismo
Il paradosso dell’essere: viviamo per noi o per il tutto?
La vita di ogni individuo, presa nel suo isolamento, ha un significato che è esclusivamente suo, ma se la consideriamo nell'ambito del "genere umano", quel senso si riduce alla stessa insignificanza di una singola cellula nel corpo che la ospita. La cellula vive per se stessa, ma la sua esistenza ha valore solo per la sopravvivenza dell'organismo nel suo insieme. Allo stesso modo, la vita dell'individuo non ha un valore che trascenda quello che essa contribuisce al perpetuarsi dell'intera specie. Così, il beneficio non è mai per il singolo, ma per l'insieme, proprio come una cellula esiste per la vita dell'intero corpo.
L’arte di non appartenere: riflessioni di un osservatore distante
Ciò che però mi inquieta e, paradossalmente, mi conforta, è scoprire che questa mia immobilità non mi lascia rimpianti. Ammirare la forza degli altri, il loro incessante mutare, mi appare come l'osservazione di un fenomeno naturale: una pioggia che cade o un fiume che scorre. Lo guardo con interesse, ma senza desiderio di esserne parte. La loro tensione verso il cambiamento è un'energia che io percepisco come aliena, e tuttavia non invidio. Non vorrei essere come loro, e questo mio non-essere è al tempo stesso fortuna e destino, bilanciato in un equilibrio segreto e silenzioso.
Tutto ciò è soltanto un'ulteriore dimostrazione di quella distanza incolmabile tra me e il resto del mondo. E mentre il mondo si agita, io resto qui, fermo, prigioniero volontario di una pace che si nutre della mia stessa assenza.
Senza inganni, senza sogni: l’agonia della realtà
Mi manca perfino la capacità di creare illusioni, di costruire un inganno che mi consoli o mi offra un simulacro di felicità. Eppure, non sento il bisogno di farlo. La mia consapevolezza sterile mi basta; è una ferita aperta che non si chiude, ma che neppure mi uccide. Vivo in questo stato sospeso, una lucidità senza scopo, un nulla che si contempla.
Esistono sempre “altri”: la realtà che ignoriamo
25 Dicembre 2024. Oggi è Natale. Auguri, se di auguri può aver bisogno chi vive senza sapere di vivere. Il mio regalo, per me stesso prima che per voi, è questo pensiero che mi sfugge dalle mani come sabbia: molti, in questo giorno, trovano nella quiete della festa un rifugio che è già dimenticanza. Basta poco, a volte, per non vedere che altrove, in quel mondo lontano che pure ci è accanto, "altri" non hanno questa pace, questo silenzio dorato.
Eppure, non è diversa la cecità di chi soffre. Nel loro dolore, credono che ogni altro angolo del mondo sia colmo di una gioia che li esclude. È un inganno gemello: tanto chi è felice quanto chi è infelice dimentica sempre qualcosa.
Ma ci sono "altri" ancora, sempre "altri", che nessuno nomina, che nessuno pensa. Sono coloro per cui il Natale non è una variazione della loro condizione, ma l'accento crudele di un dolore che non si interrompe mai.
Ieri sera, mentre la vigilia si preparava al suo sonno di luci artificiali, due ragazzi sono stati travolti da un terzo, distratto o indifferente al fatto che un'automobile può essere più di un mezzo: può essere un'arma. Quei ragazzi avevano una famiglia. E quelle famiglie oggi vivono un Natale che nessuno vorrebbe mai dover affrontare.
E così penso a questo giorno, a chi è sereno e a chi è triste, e vedo in entrambi lo stesso errore, la stessa cecità, diversa solo nel colore: nessuno di noi guarda abbastanza lontano, nessuno di noi percepisce che gli "altri" non sono mai come li immaginiamo.
Arte e pensiero: un rifugio contro il logorio dell’esistenza
Musicisti, scrittori, filosofi, registi – attori e sceneggiatori compresi – e fotografi: tutti coloro che, con le loro creazioni di qualità, permettono a una mente stanca, che si lascia un po’ andare, di trovare sollievo, di abbandonarsi senza perdersi. Sono loro a rendere il peso della vita più lieve, a donare spazi di respiro dove il pensiero possa distendersi.
Quanto a chi insozza le menti altrui, non provo odio, ma se dovessero bruciare, non piangerei. Perché chi contamina l'anima merita di sparire, lasciando che la mente, almeno, possa difendersi dalla fatica di esistere.
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