sabato 11 luglio 2026

L'inevitabile biglietto di sola andata

 Ultimamente mi sorprendo a pensare a una cosa.

Non mi è mai piaciuto viaggiare, se per viaggio si intende quello fisico. Quelle poche volte in cui sono partito per qualche luogo, mi accompagnava sempre una silenziosa consolazione: sapere che, prima o poi, sarei tornato là da dove ero partito. A casa.

E per "casa" non intendo soltanto l'abitazione, la mia città o le persone che vi abitano. Intendo anche l'insieme delle mie abitudini, la familiarità dei giorni uguali, e quelle sensazioni indefinibili che i paesaggi che hanno camminato accanto a me nel corso della vita continuano a trasmettermi. Casa è ciò che riconosce la mia anima prima ancora dei miei occhi.

Ma quale sentimento proverei se fossi costretto a intraprendere un viaggio che non desidero fare, sapendo che non mi sarà concesso di tornare? Se dovessi partire con la certezza che ogni strada percorsa sarà senza ritorno?

È una domanda che ultimamente mi visita spesso. Me la pongo perché sto vivendo da vicino una situazione che non riguarda me, ma un'altra persona alla quale sono legato: mio padre.

Mio padre non desidera compiere quel viaggio. Non desidera lasciare la sua casa, nel senso più profondo che questa parola possiede. Eppure non gli è data scelta. L'esistenza, prima o poi, presenta a tutti quel biglietto di partenza. Alcuni sembrano attenderlo, altri lo prendono tra le mani senza neppure accorgersene. Altri ancora, come mio padre, avvertono tutto il peso di ciò che esso significa: essere costretti a fare ciò che non si vuole, partire sapendo che nessun ritorno sarà possibile.

Per questo soffro due volte: per lui e per me.

Forse l'esistenza non è altro che questo. L'amore che ci lega alle nostre case e alle persone amate, e la lenta, inevitabile consapevolezza che un giorno ogni viaggio diventa un viaggio senza ritorno.

Prima di giudicare qualcuno, pensa alle variabili che non hai vissuto

È incredibile come basti mutare una o due variabili nella vita di un uomo per condannarlo a un’esistenza invece che a un’altra, quasi opposta. Basta, talvolta, la semplice eventualità di incontrare da giovani la persona giusta, e la solitudine diventa qualcosa che appartiene agli altri, un male visto da lontano, come la pioggia dietro i vetri.

Poi esiste la variabile della salute fragile, quella presenza silenziosa che trasforma i giorni in una sorveglianza continua di sé stessi. Chi vive così attraversa la vita con la paura discreta e costante di cedere, di non poter fare ciò che per altri è naturale come respirare.

Anche il luogo in cui si nasce decide segretamente ciò che saremo. La città, le strade, il linguaggio ascoltato fin dall’infanzia, tutto deposita dentro di noi una forma invisibile di destino. E i genitori, soprattutto, incidono nell’anima abitudini e ferite che continuiamo a portarci dentro persino quando crediamo di esserci liberati di loro.

Per questo mi sembra ingiusto paragonarci agli altri con troppa sicurezza, sia per giudicarli sia per invidiarli. Le differenze che separano una vita da un’altra sono spesso minime, fragili, casuali. Eppure bastano a trasformare completamente il modo in cui ciascuno attraversa il mondo.

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