venerdì 27 giugno 2025

Mignottaggio, mi piace e non mi piace

 Quando parlo di “mignottaggio”, lo faccio senza la minima intenzione di essere sottile. Intendo quell’insieme di atteggiamenti, strategie, piccole recite quotidiane che hanno come scopo l’ottenere qualcosa, potere, visibilità, denaro, applausi, vendendo, più o meno direttamente, la propria carne o la propria immagine, che è poi la stessa cosa. È una compravendita mascherata da spontaneità, un mercatino dell’intimità svenduta, una fiera dell’autodemolizione elegante.

È questo che mi dà fastidio sui social. Non tanto i corpi, non le cosce esposte, non i seni schiacciati nei reggiseni a spinta. Quelli li guardo, come ogni uomo. Li guardo e provo piacere, un piacere meccanico, quasi automatico, come il riflesso di un insetto che si muove verso la luce. E metto il mio “mi piace”, sapendo benissimo che è una moneta che alimenta il meccanismo. So che partecipo attivamente alla trasformazione di una persona in una cosa, e non faccio nulla per evitarlo.

Ma il vero disgusto arriva subito dopo. Quando lo sguardo si stacca e rimane solo il vuoto. Perché dietro quei corpi non c’è nulla. C’è un’esposizione seriale, ripetitiva, priva di ogni senso. Una produzione industriale del desiderio, dove ogni donna si sostituisce all’altra senza che nessuno se ne accorga. Sono tutte uguali perché si sono tutte spente nello stesso modo. E adesso, perfino l’intelligenza artificiale riesce a farlo meglio. Corpi più simmetrici, volti più attraenti, movimenti programmati per piacere. L’umano è stato superato anche nella sua ultima risorsa, quella della carne.

Ciò che mi distrugge, però, è un altro dettaglio. Nello stesso spazio dove si esibisce questo degrado sistematico, c’è anche chi prova ancora a dire qualcosa. Qualcuno pubblica un pensiero, una riflessione, un’immagine che nasce da una necessità. E io lo riconosco. E lo apprezzo. Ma il mio gesto esterno, quel “mi piace”, è identico. Per l’algoritmo non cambia nulla. Per gli altri non cambia nulla. È lo stesso clic, lo stesso numero in una colonna. Questa equivalenza mi è intollerabile. Mi svuota. Mi umilia. È come se fossi costretto a firmare con la stessa penna un poema e un contratto di puttana.

Vorrei esprimere, senza insultare e senza fingere rispetto, che quando metto un “mi piace” a una delle tante mignotte digitali che si spogliano ogni giorno davanti allo stesso fondale, lo faccio per puro riflesso sessuale. Non c’è stima, non c’è ammirazione, non c’è interesse. Solo carne offerta come merce in saldo, che io riconosco per quello che è. Oggetto tra oggetti. Replica tra repliche.

Vorrei poter dire, invece, che quando offro il mio “mi piace” a chi condivide qualcosa di vivo, qualcosa che pensa, qualcosa che sente, lo faccio con un rispetto silenzioso. È un atto di alleanza. Vale mille volte di più, ma nessuno se ne accorge. E allora il gesto si dissolve, indistinto, come tutto ciò che ancora cerca di avere un’anima in mezzo a una vetrina piena di manichini che si muovono.

lunedì 16 giugno 2025

Chi non soffre più: il potere della coscienza lucida

 Mi piace, a volte, rispolverare il mito, o forse sarebbe meglio dire l’ideale, di una mente perfezionata. È l’unica condizione che, nella sua irrealtà, mi pare possa permettere a un essere umano di sopravvivere al quotidiano orrore del vivere, e di vivere davvero.

Tornando a quell’idea che ogni tanto mi visita come un’eco insistente, ripropongo un pensiero che mi accompagna da tempo:

Provo compassione per chi è costretto a vivere tra ignoranti o a trattare con loro di frequente, ma solo se egli stesso è ignorante. In tal caso, non possiede alcuna difesa contro l’influenza torbida di quelle esistenze altrettanto smarrite, e ne resta ferito. Soffre senza alcuna possibilità di trarre senso o conoscenza dalla propria sofferenza, e per questo finisce col generare a sua volta altra sofferenza, spesso più amara, più cieca. Così contribuisce a moltiplicare la miseria che lo circonda, come un ingranaggio inconsapevole di un meccanismo che non comprende.

E io lo compatisco.

Le persone interiormente evolute, invece, quelle rare anime che hanno affinato la propria mente come uno strumento silenzioso, non hanno bisogno della mia compassione né di quella di alcuno. Anche immerse nella più densa oscurità della stupidità umana, restano immuni. Non vengono toccate, non vibrano a quel contatto. Nulla le turba. La loro quiete è invulnerabile. E proprio per questo diventano un modello ideale, un punto all’orizzonte verso cui si potrebbe tendere. La loro serenità li rende esempio a cui voler tendere, con un lavoro interiore su cui basare lo scopo della propria esistenza.


sabato 7 giugno 2025

Il tempo che muore e nessuno piange

 Sono nello stato d’animo di chi vive in un lutto perenne. Non piango persone, ma il tempo perduto. Lo soffro come si soffre la notizia della morte di qualcuno che si conosceva, non abbastanza da piangere a voce alta, ma quanto basta da sentire un vuoto silenzioso. La differenza è che le persone, quando se ne vanno, possono essere evocate nei ricordi, qualunque essi siano, mentre il tempo morto non lascia tracce. È un vuoto che non ha volto, un’assenza che non si può nominare. Se ne va senza che lo si noti, fino a quando un orologio, un calendario, o un’agenda ci svela l’inganno.

Ho assistito alla morte lenta di questa settimana, giorno dopo giorno. Erano tutti identici, spenti, privi di valore o significato. Quando non riesci più a distinguere un attimo dall’altro, è allora che gli attimi muoiono. E con loro si spengono le giornate. E le giornate, morte a grappoli, si portano via le settimane, poi i mesi, senza lasciare nulla dietro di sé.

Il tempo corre più in fretta e io maledico in silenzio la lucidità che mi permette di accorgermene. Non provo rimpianto per il tempo che ho vissuto davvero, quello è rimasto dentro di me, come una fotografia impressa in negativo. Ciò che mi tormenta è l’altro tempo, quello in cui ho solo finto di esistere, come chi rimane sveglio solo perché sa di non essere morto.

Per questo, perché sono geloso e innamorato del mio tempo, perché ne sono avaro, soffro la sua morte senza riuscire a piangerla. Mi assale lo smarrimento quando mi accorgo che ieri non era ieri, ma una settimana fa, e che l’altro giorno si è già smarrito mesi addietro. Invidio chi vive senza questa coscienza, non perché vorrei essere al loro posto, ma perché non sentono il peso del tempo che scivola, e tuttavia so che pagano anche loro un prezzo, forse con sofferenze diverse, ma non meno profonde.

Ogni mente ha i suoi tormenti.

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