Quella che chiamano "morale", in fondo, non è niente. Se non avessero un pubblico, non direbbero nulla. Non sarebbe neppure un pensiero. È solo un’operazione, una mossa per ottenere l'accettazione di una folla anonima. È dire la cosa giusta nel momento giusto, per sentirsi superiori, più "buoni" e "giusti". E non si accorgono che, così facendo, non sono né buoni né giusti, ma semplicemente vuoti.
A volte mi sembra che non comprendano quanto sia prezioso, quanto sia liberatorio, essere liberi di pensare senza la costante paura di suscitare l’indignazione del mondo. C'è qualcosa di incantevole, per chi può permetterselo, nel credere che ciò che accade nella propria mente non abbia bisogno del sigillo degli altri, della loro approvazione.
Quando la tecnica che adoperano diventa così palese da non richiedere neppure uno sforzo per essere colta, quando chi la usa non se ne accorge nemmeno, diventa insopportabile. Eppure, che cosa fanno? Cominciano i loro post, come se fossero mossi dalla rabbia, ma quella rabbia è finta, come le parolacce e i "termini forti" che vi infilano dentro per giustificarla. E questa rabbia viene indirizzata a tipi di persone sempre generici, che mai vengono nominati esplicitamente, tranne quando sono già stati bollati dalla massa, quelli che ormai sono oggetto di caccia, di un'inquisizione che non lascia scampo. E in questa infantile dicotomia tra "buoni e cattivi", quelli su cui riversano il disprezzo vengono posti, automaticamente, nell’altra parte, quella dei "dannati". E tutto il resto è solo un gioco, un teatrino che ha una durata sempre breve, come ogni spettacolo che non ha radici. Non importa quanto si sfumi nel nulla. Sarà sufficiente un altro episodio, un’altra storia, per ricominciare da capo. Un altro circo da allestire.
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