sabato 5 aprile 2025

Il malessere originario: l'esistenza

Pur sostenendo, più per abitudine che per convinzione, che una vita serena sia fondamentalmente priva di rimpianti, mi accade, ultimamente, di invidiare, o forse soltanto di credere di invidiare, coloro che i rimpianti li possiedono. Tutto dipende dalla stanchezza che grava, in quel preciso momento, sulla mia mente, poiché le problematiche sembrano nascere sempre da lì, da quel fragile equilibrio interiore.

L’invidia che provo nasce da un pensiero vago, quasi automatico: chi ha dei rimpianti conserva almeno l’illusione che, se avesse detto o fatto diversamente, la sua vita avrebbe potuto prendere una piega migliore. Vive nel tormento delle proprie scelte, è vero, ma può aggrapparsi all’idea di un’alternativa mancata, di una strada che avrebbe potuto offrirgli sollievo.

Io, invece, che non ho rimpianti, e che non provo alcun attaccamento né per la mia esistenza né per il concetto stesso di esistenza, non posso nemmeno illudermi che, cambiando qualcosa, la mia vita sarebbe diventata più lieve. La sensazione che mi accompagna, e che mi definisce, è quella di un malessere che non deriva da ciò che è stato fatto o non fatto, ma dalla struttura stessa dell’essere. Anzi, permane in me la convinzione che, avendo fatto scelte diverse, avrei solo aggiunto nuove forme di peso a quelle già presenti.

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