L’altro giorno ho visto un gatto morto, accasciato ai margini di una strada della mia città. Come sempre, in questi casi, ho provato pena per lui e per me stesso. Pena per quell’essere ormai immobile, e per me che continuo a muovermi. Un gatto morto sul bordo di una strada è l’immagine esatta della mia esistenza. Il gatto può vivere solo in due modi: accolto in una casa dove qualcuno gli offre amore, oppure libero nella natura. Ma un gatto libero in una città è un animale fuori luogo, esposto al pericolo costante, dove le sue abilità non servono più, ridotte a istinti inutili in un mondo che non li riconosce.
Anch’io vivo fuori dal mio habitat. Cammino tra i miei simili con le capacità spente, come un essere che non ha più uno scopo se non quello di continuare a esistere. Loro si sono adattati, io no. Continuano a recitare nel grande circo dell’indifferenza, dove non esistono spettatori, solo attori stanchi. Io, invece, attendo. Attendo che qualcuno, guidando distratto il veicolo della vita, mi travolga senza accorgersene.
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