È incredibile come basti mutare una o due variabili nella vita di un uomo per condannarlo a un’esistenza invece che a un’altra, quasi opposta. Basta, talvolta, la semplice eventualità di incontrare da giovani la persona giusta, e la solitudine diventa qualcosa che appartiene agli altri, un male visto da lontano, come la pioggia dietro i vetri.
Poi esiste la variabile della salute fragile, quella presenza silenziosa che trasforma i giorni in una sorveglianza continua di sé stessi. Chi vive così attraversa la vita con la paura discreta e costante di cedere, di non poter fare ciò che per altri è naturale come respirare.
Anche il luogo in cui si nasce decide segretamente ciò che saremo. La città, le strade, il linguaggio ascoltato fin dall’infanzia, tutto deposita dentro di noi una forma invisibile di destino. E i genitori, soprattutto, incidono nell’anima abitudini e ferite che continuiamo a portarci dentro persino quando crediamo di esserci liberati di loro.
Per questo mi sembra ingiusto paragonarci agli altri con troppa sicurezza, sia per giudicarli sia per invidiarli. Le differenze che separano una vita da un’altra sono spesso minime, fragili, casuali. Eppure bastano a trasformare completamente il modo in cui ciascuno attraversa il mondo.
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