La peggior disgrazia per chi è incline alla solitudine non è la solitudine stessa, ma l’illusione temporanea di esserne affrancato. Abituarsi al sollievo di una condizione nuova, scoprire che il peso dell’isolamento può dissolversi, significa prepararsi a un castigo più grande: il ritorno. Perché quando la tregua finisce, la solitudine riprende il suo posto, ma ora aggravata dal confronto con la quiete perduta, resa più acuta dal ricordo di un benessere che, proprio perché provato, si rivela irrimediabilmente lontano.
La vera conquista, dunque, non sta nel fuggire la solitudine, perché ogni rifugio è provvisorio, ma nell’imparare a guardarla senza sofferenza, a lasciarla scorrere dentro di noi senza che ci corrompa.
Non è nella fuga che risiede la salvezza, né nella fragile gioia di una compagnia passeggera. La vera forza sta nell'abbracciare la solitudine come un amante spettrale, nel lasciarla insinuarsi nelle ossa senza che il cuore ne sia avvelenato, nel renderla nostra compagnia silenziosamente anziché il nostro carceriere.
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