Sono nello stato d’animo di chi vive in un lutto perenne. Non piango persone, ma il tempo perduto. Lo soffro come si soffre la notizia della morte di qualcuno che si conosceva, non abbastanza da piangere a voce alta, ma quanto basta da sentire un vuoto silenzioso. La differenza è che le persone, quando se ne vanno, possono essere evocate nei ricordi, qualunque essi siano, mentre il tempo morto non lascia tracce. È un vuoto che non ha volto, un’assenza che non si può nominare. Se ne va senza che lo si noti, fino a quando un orologio, un calendario, o un’agenda ci svela l’inganno.
Ho assistito alla morte lenta di questa settimana, giorno dopo giorno. Erano tutti identici, spenti, privi di valore o significato. Quando non riesci più a distinguere un attimo dall’altro, è allora che gli attimi muoiono. E con loro si spengono le giornate. E le giornate, morte a grappoli, si portano via le settimane, poi i mesi, senza lasciare nulla dietro di sé.
Il tempo corre più in fretta e io maledico in silenzio la lucidità che mi permette di accorgermene. Non provo rimpianto per il tempo che ho vissuto davvero, quello è rimasto dentro di me, come una fotografia impressa in negativo. Ciò che mi tormenta è l’altro tempo, quello in cui ho solo finto di esistere, come chi rimane sveglio solo perché sa di non essere morto.
Per questo, perché sono geloso e innamorato del mio tempo, perché ne sono avaro, soffro la sua morte senza riuscire a piangerla. Mi assale lo smarrimento quando mi accorgo che ieri non era ieri, ma una settimana fa, e che l’altro giorno si è già smarrito mesi addietro. Invidio chi vive senza questa coscienza, non perché vorrei essere al loro posto, ma perché non sentono il peso del tempo che scivola, e tuttavia so che pagano anche loro un prezzo, forse con sofferenze diverse, ma non meno profonde.
Ogni mente ha i suoi tormenti.
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