Quando qualche coppia di Testimoni di Geova, mormoni, o altri professionisti della redenzione vi ferma per strada e vi domanda con l’aria di chi ha già la risposta in tasca: «Credi in Dio?» voi fate come me. Sorridete con l’aria di chi ha appena scoperto che il mondo è finito ma continua a fare colazione e rispondete: «Certo che ci credo. Ma non al Dio che pensate voi. Il mio è un altro, più presente, più reale, più efficace nel rovinare le esistenze. Il dio denaro. Non ci credo perché mi hanno convinto i genitori o i catechismi, ma perché, mio malgrado, esiste davvero. Anche se mi fa ribrezzo». A quel punto fermatevi ad osservare le loro facce. C'è più verità in un’espressione sgomenta che in mille sermoni.
È inutile fingere. Il dio denaro esiste. Come tutte le divinità è stato inventato dagli uomini, ma a differenza delle altre non è rimasto confinato nella fantasia. Ha evaso l’immaginazione ed è divenuto tangibile. E il peggio è che non c’è ateo che tenga: nemmeno i più convinti possono negarlo. Ci si può dichiarare atei di Giove o di Yahweh, ma del dio denaro nessuno può dire «non credo». È troppo reale per essere finto.
Ha i suoi sacerdoti: i ricchi. I suoi fedeli: tutti gli altri. Lo venerano con più devozione di quanta un mistico medio orientale possa riservare al suo profeta. Lo pregano in silenzio mentre compilano bollette. Lo adorano comprando cose che non servono, sperando che servano a sentirsi meno vuoti.
Il culto di questa divinità è antico e onnipresente. Non ha bisogno di miracoli, solo di interessi composti. La sua forza cresce in silenzio, come la muffa nei muri delle case che nessuno riesce mai a comprare. E più cresce, più affama chi lo adora.
Il consumismo è il suo Spirito Santo. Un soffio invisibile che detta i dogmi dell’epoca: ciò che si deve avere per non essere poveri, ciò che non si ha quando si è poveri. La povertà non è più un fatto oggettivo, ma uno stato mistico. Si può avere un tetto, un letto, del pane e dell’acqua, e sentirsi miserabili perché il vicino ha l’ultimo smartphone. Così il fedele vive male, non perché gli manchi qualcosa, ma perché gli manca qualcosa che gli è stato detto che dovrebbe avere. È una sofferenza sottile, raffinata, degna delle torture medievali: la miseria dell’anima indotta dall’assenza di status.
Nonostante ogni individuo sia, in teoria, un universo a sé, il dio denaro livella tutto. Stabilisce uno standard, come si fa con le misure dei vestiti. E chi non entra nella taglia è scartato, dimenticato, ridicolizzato. I sacerdoti (i ricchi), i social media e la televisione si occupano del catechismo. Recitano le nuove verità, giorno dopo giorno, fino a farle diventare ossessioni. L’insoddisfazione diventa liturgia. Il desiderio di essere come “quelli che hanno” si trasforma in fede cieca. E questa fede produce altra sofferenza, che produce altro desiderio, che alimenta ancora l’insoddisfazione. Un ciclo perfetto, come i cerchi di Dante, ma con più pubblicità.
Quindi sì, Dio esiste. Purtroppo. Ed è molto più potente degli altri, perché è l’unico che non ha bisogno di essere creduto per agire. Agisce comunque. E ride, probabilmente, con voce di carta e tintinnio di moneta.
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