L’antico gioco degli scacchi viene spesso evocato come simbolo della vita. Si dice che le sue mosse rappresentino il nostro avanzare incerto nel mondo, che i suoi pezzi siano figure di noi stessi, che la sua logica implacabile riproduca l’ordine segreto dell’esistenza. Ma a pensarci bene, almeno dal mio punto di vista, tutto questo è falso. Gli scacchi, con la loro perfezione silenziosa, sono forse il contrario della vita.
Nel gioco degli scacchi non esiste il caso. Tutto accade per conseguenza. Non c’è mai un evento che irrompe senza motivo, non c’è un imprevisto che scompagina le regole. Quando due persone giocano, nella quasi totalità dei casi vince chi è più abile e perde chi lo è meno. È un’equazione semplice e spietata: perderai contro chi è più bravo e vincerai contro chi lo è meno. Non c’è scampo, né miracolo.
La vita, invece, è costruita sul contrario di questo ordine. Dentro l’esistenza c’è un elemento che nessuna abilità può dominare e nessuna intelligenza può prevedere: il caso, la fortuna, la sfortuna, quella sostanza invisibile che attraversa ogni cosa e la trasforma. Nessuno, se è onesto con se stesso, può dire di aver ottenuto tutto solo grazie alle proprie capacità. Sempre, nel fondo di ogni successo o di ogni rovina, si nasconde una circostanza, un evento imprevisto, un dettaglio irriducibile alla volontà. Due gemelli identici possono vivere allo stesso modo fino a un certo punto, poi uno di loro ha un incidente e l’altro no, e da quel momento le loro vite divergono per sempre. Non c’entrano la determinazione o l’intelligenza. C’entrano, ma come piccole correnti in un mare più vasto. Il mare vero è quell’elemento incalcolabile che chiamiamo fortuna.
Negli altri giochi, come nella vita, la fortuna esiste e la sua presenza permette anche al più inesperto di sperare in una vittoria. Negli scacchi no. Gli scacchi non lasciano spazio all’illusione. Sono un gioco crudele proprio perché rivelano la verità di se stessi senza alcuna pietà. Ho pensato a tutto questo ieri sera, prima di dormire, dopo aver perso sei partite di fila. Mi ha ferito, perché era la prova concreta che, nonostante i libri letti e i corsi seguiti, la mia abilità resta insufficiente. Posso vincere solo contro chi è meno bravo di me e perdere contro chi lo è di più. Anche se migliorassi, la proporzione non cambierebbe. Continuerei a perdere contro chi è ancora più forte.
Eppure, proprio da quella piccola umiliazione è nata questa riflessione. È curioso pensarlo: una sconfitta, che avrei potuto considerare sfortuna, è diventata la condizione di un pensiero. Se avessi vinto, sarei andato a dormire compiaciuto, vuoto di domande, pieno solo del mio piccolo orgoglio. Invece, perdendo, ho pensato. E pensando ho scritto.
Per questo oggi credo che gli scacchi non rappresentino affatto l’esistenza. Sono forse il suo contrario: ordine invece di caos, necessità invece di caso, abilità invece di destino. Eppure, proprio in questo loro essere diversi dalla vita, ci dicono qualcosa di essa. Ci ricordano che l’esistenza non è mai logica, che non segue regole, che non risponde alla nostra volontà. È un insieme disordinato di mosse che non abbiamo scelto. E noi, come pezzi su una scacchiera invisibile, fingiamo di decidere, mentre accade sempre qualcos’altro.
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