Chi cessa di esistere, certo, non soffre più. Ma non può nemmeno assaporare la consolazione della mancanza di dolore. La non-esistenza è perfetta, ma la sua perfezione è priva di testimoni. È come una melodia che nessuno ascolta, o un quadro in una stanza buia: la bellezza c’è, ma senza occhi né orecchie per accoglierla.
Forse, dunque, la condizione ideale non è smettere di esistere, ma non essere mai esistiti. Non lasciare alcuna traccia, né sul mondo né sulla memoria degli altri, come una pietra che non è mai stata lanciata nello stagno. Ma noi esistiamo, e questa è la condanna. Siamo consapevoli della sofferenza, e al tempo stesso consapevoli che l’assenza di sofferenza, quella vera, è irraggiungibile.
Esistere è desiderare ciò che solo il non essere può dare, ed essere condannati a non poterlo mai possedere.
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