Ciò che però mi inquieta e, paradossalmente, mi conforta, è scoprire che questa mia immobilità non mi lascia rimpianti. Ammirare la forza degli altri, il loro incessante mutare, mi appare come l'osservazione di un fenomeno naturale: una pioggia che cade o un fiume che scorre. Lo guardo con interesse, ma senza desiderio di esserne parte. La loro tensione verso il cambiamento è un'energia che io percepisco come aliena, e tuttavia non invidio. Non vorrei essere come loro, e questo mio non-essere è al tempo stesso fortuna e destino, bilanciato in un equilibrio segreto e silenzioso.
Tutto ciò è soltanto un'ulteriore dimostrazione di quella distanza incolmabile tra me e il resto del mondo. E mentre il mondo si agita, io resto qui, fermo, prigioniero volontario di una pace che si nutre della mia stessa assenza.
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