Nel gustarmi un’opera creativa che mi colpisce, mi accorgo che sapere se il suo autore, nel periodo in cui la compose, fosse famoso oppure no, cambia profondamente la percezione che ho di lui. Non posso sapere se quella fama, presente o assente, abbia influito sulla qualità dell’opera che ammiro. Non posso saperlo perché le variabili che vi si intrecciano sono molteplici e agiscono in direzioni opposte. E nemmeno mi interessa saperlo, perché non sto parlando dell’opera in sé, ma di chi l’ha creata.
Quando penso a certe creazioni, alla loro originalità o alla qualità che vi si esprime, e considero che furono realizzate da persone che non avevano alcuna certezza, né aspettativa, di ottenerne gloria, cresce in me un sentimento profondo di stima verso quelle persone. Creare da famosi, indipendentemente dal risultato, non possiede la stessa energia primordiale, né la stessa libertà, né lo stesso coraggio, né quell’intensità emotiva che si manifesta in chi crea come sconosciuto, come nessuno, come individuo privo di etichette.
Creare senza l’obiettivo della fama, o del suo mantenimento, significa creare per sé. Significa abitare la propria interiorità senza testimoni. In questo senso, quanto dovrei stimare qualcuno come Fernando Pessoa, le cui opere, in gran parte, videro la luce solo dopo la sua morte? Il suo genio si manifestava da sconosciuto, per nessuno. Anzi, per essere precisi, si manifestava da solo, per sé soltanto.
Che differenza abissale c’è tra la sensibilità di un creatore famoso, mentre affronta l’ennesima opera, e quella di chi resta invisibile al mondo intero? Più un’opera mi appare interessante e unica, più mi domando quanto doveva essere interessante la persona che l’ha concepita, se quell’individuo non possedeva alcuna identità sociale quando decise di dare forma alla propria capacità soltanto per il desiderio di esprimerla.
Prendete Stephen King. Lo so, l’esempio sfigura accanto al precedente, ma perdonatemi. Il King famoso non riceve da me lo stesso rispetto che provo per lo Stephen King sconosciuto, quello che scrisse Carrie quando era alla canna del gas. Non sto parlando della qualità dell’opera. Ha scritto in seguito romanzi di gran lunga migliori. Parlo del gesto creativo. Di quel momento in cui era solo con sé stesso e con la storia che voleva raccontare. Oggi potrebbe anche sputare su un foglio bianco e troverebbe comunque un editore disposto a pubblicarlo. Il libro venderebbe. Ma non si ripeterebbe la stessa magia che accompagnò la genesi della sua prima opera.
Quanti libri avrebbe scritto, se la fama non lo avesse mai raggiunto? Io stimo chi li avrebbe scritti comunque.
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